domenica 27 dicembre 2009

Mille sentenze indiane - L'ira


644. La collera dell'uomo eccelso dura un momento, del mediocre due vigilie, dell'uomo volgare un giorno e una notte; del malvagio non cessa mai.

645. Non esiste; e se esiste, non dura a lungo; se dura a lungo, non dà poi il frutto che se ne aspetta: la collera dei buoni è eguale all'amore dei malvagi.

647. Chi vale di più? chi, infaticato, offre ogni mese un sacrifizio, durante cento anni, ovvero chi non si adira mai con alcuno? Chi non si adira, vale di più.

martedì 22 dicembre 2009

Il nuovo dizionario sanscrito-italiano



In periodo natalizio, anche per il sanscrito ci sono regali consigliabili: da poco è finalmente uscito il nuovo Dizionario Sanscrito-Italiano, lavoro pluriennale a cui ho partecipato (per le lettere Dha, La e Ka), insieme a numerosi dottorandi di Pisa e di altre università, curato e rivisto dal mio professore dell'Università di Pisa, Saverio Sani (vedi la sua intervista http://ilgiornale.unipi.it/?p=1551).
Una presentazione si può leggere in questa pagina della casa editrice:
http://www.edizioniets.com/Scheda.asp?N=9788846721730
E' un evento importante per la storia dell'indologia italiana, che finalmente ha uno strumento adeguato per la traduzione dal sanscrito.

domenica 13 dicembre 2009

Mille sentenze indiane - Relatività


630. Vi è forse qualche cosa bella o brutta per propria natura? quel che piace ad uno, è bello per lui.

631. Alla luna del primo giorno tutti fanno festa; quando è piena, nessuno se ne cura. L'abitudine porta a mancanza di rispetto: il mondo è solito ad appassionarsi per ciò che via via gli appare (come) un nuovo pregio.

633. La vecchiaia è di ornamento ai re, ai ministri, ai medici, agli asceti; è oggetto di scherno nelle cortigiane, nei progetti, nei cantori, nei servi.

634. Non conosce le proprie mancanze e bada alle mancanze altrui; se conoscesse i proprii difetti, non vedrebbe gli altrui.

637. La diletta, il sorger della luna, la quinta nota del liuto dànno gioia ai felici e turbano gli infelici.

638. I brammani riconoscono Agni (il Fuoco) come dio (supremo); gli asceti, la divinità (che sentono) in cuore; un idolo è il dio degli sciocchi; chi vede tutte le cose a un modo, vede la divinità dappertutto.

mercoledì 9 dicembre 2009

La ricerca genetica rivela la storia remota della popolazione dell'India e degli Indoeuropei


Un nuovo studio genetico molto dettagliato, compiuto da scienziati basati in India e negli Stati Uniti, ha rivelato che la popolazione dell'India è il risultato di due componenti principali, una meridionale più antica (di 65000 anni fa) e una settentrionale apparsa nel subcontinente 45000 anni fa. Questa componente settentrionale è affine alle popolazioni centrasiatiche, mediorientali ed europee, mentre quella meridionale si rivela molto isolata, anche se nel corso dei millenni si è ampiamente mescolata con quella settentrionale, dando origine agli Indiani attuali.
La presunta invasione aria del II millennio a.C. risulta eclissata da questi dati, e l'origine delle caste è individuata in usanze endogamiche emerse dalle tribù locali, e non da invasioni esterne.
Qui si possono leggere due presentazioni divulgative:
E qui si possono trovare numerose informazioni integrative liberamente disponibili:
http://www.nature.com/nature/journal/v461/n7263/extref/nature08365-s1.pdf-s1.pdf




























Un altro studio interessante e recente è quello di Underhill &c. (vedi qui), specificamente incentrato sulla vexata quaestio dell'aplogruppo R1a, associato agli Indoeuropei.
La scoperta più significativa è che gran parte degli R1a europei appartengono a una ramificazione (denominata R1a1a7) che risulta limitata all'Europa (inclusi Caucaso e Turchia, vedi mappa in alto a destra), negando quindi un'invasione di questo ramo europeo in India.
Non solo, come mostra una tabella dell'articolo (vedi qui), l'origine dell'aplogruppo R1a1a risulta nell'attuale India occidentale, 15800 anni fa, seguita dal Pakistan (15000 anni fa) e dal Nepal (14200 anni fa). In Caucaso risalirebbe a 12200 anni fa, in Polonia a 11300 anni fa, in Italia a solo 5900 anni fa. Queste datazioni non vanno naturalmente prese alla lettera, calcolano convenzionalmente generazioni di 25 anni, e si basano su metodi non del tutto universalmente accettati, però possono darci interessanti indicazioni sui movimenti di questo lignaggio genetico maschile, che sembrerebbe ben anteriore al supposto periodo di diffusione delle lingue indoeuropee. Non corrisponderebbe né alle teorie di Alinei e Costa (che suppongono i parlanti indoeuropeo come i primi abitanti dell'Europa), né a quelle di Renfrew (che suppone l'origine dell'indoeuropeo nella rivoluzione neolitica anatolica), né a quelle della Gimbutas sull'invasione indoeuropea dall'Ucraina dei Kurgan. Quest'ultima tesi però, piuttosto accreditata tra gli indoeuropeisti, potrebbe avere qualche validità relativamente all'Europa, visto che l'R1a1a si è diffuso a partire dall'Europa orientale, anche se stranamente nell'Ucraina dei Kurgan l'R1a1a, secondo lo studio di Underhill, risale a soli 7400 anni fa, ben più tardi della Polonia, tuttavia certamente prima dell'inizio delle culture Kurgan (datate a partire dal 4500 a.C., vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Kurgan_culture#Kurgan_culture).
E' interessante quello che osserva lo stesso studio a proposito del sottogruppo R1a1a7:
"Its highest frequencies are in Central and Southern Poland, particularly near the river valleys flowing northwards to the Baltic sea. The authors estimated an age which associates this sub-clade with the Corded Ware Culture." (http://en.wikipedia.org/wiki/Haplogroup_R1a_(Y-DNA))
Sembrerebbe quindi probabile un'associazione della cultura della ceramica a cordicella (Corded Ware Culture), che si diffuse a partire dal 3200 a.C. nell'Europa centro-orientale, e fiorì nell'età del bronzo, introducendo i metalli nell'Europa settentrionale. Nel XIX secolo, vi fu addirittura chi la identificò come la culla del protoindoeuropeo, ma oggi si suppone piuttosto che sia all'origine delle lingue balto-slave, germaniche, celtiche e italiche (vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Corded_Ware_Culture#cite_ref-7).

In conclusione, se vogliamo trovare un nesso tra genetica e lingue, potremmo ipotizzare che il protoindoeuropeo si sia formato nell'Asia meridionale occidentale in popolazioni R1a1a, che si sono poi espanse sia nell'India settentrionale sia nell'Asia centrale e nell'Europa orientale, creando un'area protoindoeuropea (la 'Aryan belt' di Sethna, tra Ucraina e India settentrionale) forse soprattutto in epoca neolitica. La trasmissione di termini relativi ai metalli, ai carri, ecc., potrebbe essere avvenuta anche successivamente nella stessa area.




domenica 6 dicembre 2009

Mille sentenze indiane - Successo

620. Con lo sforzo riescono le cose, non coi desiderî: le gazzelle non vanno a mettersi in bocca del leone addormentato.

621. Se cammina, anche la formica può fare mille leghe; se sta fermo, Garua, il re degli uccelli, non va innanzi di un passo.

623. Dopo aver spezzato la terra coll'aratro, il coltivatore vi getta il seme, quindi aspetta tranquillo; faccia ora Parjanya, il dio della pioggia.

629. Via via che l'uomo volge il pensiero al bene, ogni cosa gli riesce, non v'è dubbio.

domenica 15 novembre 2009

La stagione di gloria degli Indoarii nel Vicino Oriente

Nel post sugli Etruschi, avevo accennato alla presenza di Indoarii in Anatolia e nel Vicino Oriente. Questa presenza inaspettata è emersa grazie alla scoperta del trattato tra Matiwaza di Mitanni e il re ittita Suppiliuluma, che presentava chiaramente le divinità vediche Mitra, Varua, Indra e i Nāsatya, e dei nomi indoarii dei regnanti di Mitanni, come il fondatore Kirta, che richiama il sanscrito kīrti- 'gloria', oppure Artadāma (scr. tadhāman- 'che dimora nell'ordine cosmico'), o Tu(i)shra(t)ta (scr. *tviratha-, tvearatha- 'che ha carri impetuosi o splendenti'). Il regno di Mitanni si estese sull'Alta Mesopotamia fino alla costa mediterranea, come mostra la cartina, ed era abitato prevalentemente da Hurriti, una popolazione di lingua non indoeuropea; la dinastia però era evidentemente di origini indoarie, e regnò sulla regione dal XV al XIII sec. a.C., giungendo a farsi vassalla l'Assiria, da cui finì conquistato. Il culmine del potere fu agli inizi del XIV secolo, sotto Shuttarna II (o Sudarna, equivalente secondo Dumont a *Sudharaa 'che sostiene bene'), che diede sua figlia Kilu-hepa in sposa al faraone Amenhotep III. Questi sposò anche la figlia del successore di Shuttarna, Tushratta, chiamata Tadu-hepa, in seguito presa in moglie anche da Amenhotep IV, più noto come Akhenaton, il famoso faraone 'monoteista'. Ci sono rimaste anche lettere di Tushratta ad Akhenaton, una a proposito del dono di statue d'oro di lui stesso e della figlia Tadu-hepa, promesse come dote per il suo matrimonio con Amenhotep III (http://en.wikipedia.org/wiki/Akhenaten).

Ciò dimostra l'importanza di Mitanni (di cui vediamo qui a destra un sigillo reale) e della sua dinastia 'indo-aria' nel panorama delle grandi potenze del Vicino Oriente. Ma meno nota è la presenza indo-aria a Babilonia, nella cosiddetta dinastia Cassita. Un interessante studio sulla lingua di questa dinastia è quello di A. Ancillotti, "La lingua dei Cassiti", del 1981. Nell'introduzione storica, nota che il fondatore della dinastia è ritenuto Gandaš, alla fine del XVIII sec. a.C., perché primo a insediarsi all'interno del territorio babilonese, provenendo dall'Iran. Ma l'insediamento della dinastia a Babilonia lo data all'inizio del XVI secolo, con Agum II. Babilonia fu ribattezzata Karanduniaš, e fu poi fondata una nuova capitale, Dur-Kurigalzu, in onore del re Kurigalzu del XV secolo. Secondo Ancillotti, i Cassiti portarono un sistema feudale, articolato in monarchie locali tributarie del re di Babilonia. Si afferma la datazione basata sul numero degli anni di regno del sovrano, e si istallano le pietre di confine (kudurru), sulle quali, dal 1200 a.C., si incontra l'uso di nomi di famiglia, prima non attestato. Particolarmente significativa è l'introduzione della cavalleria da guerra e dei carri da guerra, "insieme ad una evoluta arte ippologica". Questo è un elemento certamente notevole in rapporto all'identità indoaria di questa dinastia, visto che nel XIV secolo l'arte dell'allevamento dei cavalli fu illustrata con grande precisione da Kikkuli, addestratore di cavalli (assussanni, cfr. scr. aśva-sani- 'che ottiene o procura cavalli') di Mitanni, nel suo trattato scritto in ittita, ma con alcuni termini chiaramente indoarii, quali aika-, tera-, panza-, satta-, nā-wartanna, corrispondenti a scr. eka-, tri-, pañca-, nava-vartana 'uno, tre, cinque, sette, nove giri'. Documenti di Nuzi, nella Mesopotamia settentrionale, sotto l'influsso di Mitanni, troviamo aggettivi per i cavalli molto simili a quelli sanscriti: babru-nnu (scr. babhru, 'marrone'), parita-nnu (scr. palita, 'grigio'), e pinkara-nnu (scr. pigala, 'fulvo'). Nelle lettere di Amarna (capitale di Akhenaton in Egitto) e nei testi accadici, si menzionano i maryannu, guerrieri conduttori di carri, il cui nome è stato confrontato con il sanscrito marya- 'giovane guerriero', con il solito suffisso hurrita -nnu.

Ora, l'Ancillotti individua analoghi termini indoarii in contesto cassita. Già prima di lui si erano riconosciuti alcuni teonimi arii, come Suriyaš, scr. Sūrya 'Sole'. Ma Ancillotti si spinge oltre. Riconosce come aria gran parte dell'onomastica, e appunto del lessico dell'ippologia, oltre a vari teonimi. Il lessico relativo al carro da guerra comprende alaka (scr. araka- 'raggio della ruota'), akkandaš (scr. aṅkānta-s 'cerchione'), ecc.; le denominazioni dei tipi di cavalli sono sirpi (scr. śilpī 'pezzato'), timiraš (scr. timira-s 'scuro').

Tra i nomi di divinità, che si trovano anche nei nomi di sovrani, abbiamo Indaš, corrispondente al vedico Indra; Maruttaš, scr. māruta-s, che indica gli dèi della tempesta; Bugaš, scr. bhaga-s, nome di uno degli dèi Āditya o anche genericamente 'dispensatore' e 'fortuna, prosperità, maestà', ecc.

Ancillotti passa in rassegna numerosi termini, spiegandone la possibile origine aria secondo certe leggi fonetiche, e arriva a sostenere che il nome che i Cassiti (così chiamati dagli appellativi accadici e greci) davano a se stessi, era 'Kuru'. A chiunque conosca un po' la tradizione indiana, questo nome evoca immediatamente il Mahābhārata e Kurukshetra, il territorio dove si è combattuta la battaglia, già sacro per la presenza del fiume Sarasvatī.

Come arriva a questa conclusione? Perché il già menzionato nome di un re cassita, Kurigalzu, è tradotto in accadico come 'pastore dei Cassiti', e Ancillotti ritiene che sia -galzu a significare 'pastore'. Esiste anche il nome Kuriyani, da accostare a scr. yānī 'conduttore', quindi 'conduttor dei Kuru'. Non solo, un nome proprio maschile e nome di cavallo è Kurukšebugaš, da un ipotetico Kuru-kaya-, dove kaya- indica in sanscrito 'dimora' e anche 'che risiede', dunque il termine potrebbe essere secondo Ancillotti 'Bugaš risiedente tra i Kuru' o 'Bugaš è la dimora dei Kuru'. Ma kaya- può significare anche 'famiglia, stirpe', certo in quanto 'casa, casata', quindi Kurukšebugaš potrebbe anche essere 'fortuna della stirpe dei Kuru'.

Ancillotti è un invasionista, rispetto all'India, quindi ritiene che i Kuru fossero una tribù centrasiatica che è andata sia in Vicino Oriente che nel subcontinente indiano, ma noi possiamo supporre che essa sia invece d'origine indiana, come mostrano i nomi di divinità, i termini relativi ai carri e ai cavalli.

Tirando le fila, possiamo ipotizzare che a partire dal XVIII sec. a.C. gruppi di guerrieri indiani siano partiti verso occidente, in un periodo effettivamente segnato nell'India nordoccidentale da crisi ambientali e conflitti, e si siano affermati grazie alla loro capacità di combattere con carri trainati da cavalli, ma certo anche a capacità politiche e amministrative. Questi appaiono ben presenti nel Rigveda, che io dato nella prima metà del II mill. a.C., con una fase particolarmente importante intorno al 1900 a.C., quando si dovrebbe situare la Battaglia dei Dieci Re. Secondo la mia cronologia delle genealogie, lo stesso Kuru, capostipite della dinastia, si può situare intorno al 1886 a.C., quindi ben prima dell'arrivo dei Cassiti in Mesopotamia, che di conseguenza sarebbero potuti essere dei Kuru, anche se probabilmente mescolati con popolazioni di altra etnia assimilate lungo il percorso verso la valle del Tigri e dell'Eufrate.

Questi guerrieri, che appartenessero ai Kuru o ad altre stirpi aristocratiche, mantennero una loro identità culturale per alcuni secoli, come attestato nell'onomastica e dai teonimi, ma naturalmente, come minoranza, ebbero la tendenza ad assimilarsi alle culture locali. E' affascinante immaginare dei principi di origine indiana alla guida di regni mediorientali, a contatto con altre antiche civiltà, divisi tra il culto dei loro dèi ancestrali e quelli dei loro sudditi, tenaci nel mantenere alcune tradizioni della loro terra lontana. Quando si persero nell'oblio cosa lasciarono in eredità? Certamente i loro carri e cavalli, ma forse anche altro. Parte della loro lingua potrebbe essere rimasta nei dialetti curdi e nell'armeno, visto che curdi e armeni hanno vissuto nel territorio del regno di Mitanni e del successivo regno di Shupria (confrontabile col scr. supriya- 'molto piacevole') presso il lago Van (http://en.wikipedia.org/wiki/Shupria).

Geneticamente, si è notato che l'aplogruppo R1a-M17 (associabile agli Indoarii) ha una frequenza di circa il 6,9% in Turchia, è più frequente nelle parti orientali, ed è analogo a quello che si trova in Armenia: ("The higher frequency of R1a1-M17 lineages in eastern Turkey is consistent with an entry into Anatolia via the Iranian plateau where the associated variance is appreciably higher (Quintana-Murci et al. 2001). The most common R1a1-M17 haplotype in Armenia (Weale et al. 2001)matches the most common in Turkey." Vedi Excavating Y-chromosome haplotype strata in Anatolia http://hpgl.stanford.edu/publications/HG_2004_v114_p127-148.pdf).

Inoltre, se la tesi sugli etruschi di Bernardini Marzolla è giusta, la loro eredità culturale si sarebbe spinta fino all'Italia, tramite l'Anatolia. Si potrebbe dire che il II millennio a.C. sia stata la fase dell'espansione indiana verso occidente, un'espansione di piccole élites, ormai separate dalla madrepatria. Una simile espansione non si sarebbe ripetuta nel millennio successivo, quando si affermò la potenza persiana sull'altopiano iranico, e la civiltà dell'India trovò un nuovo baricentro nella valle del Gange.

Mille sentenze indiane - Fortuna



601. Dove c'è chi dice e chi ascolta cose dapprima sgradite ma in conclusione benefiche, ivi entra e si asside la dea della Fortuna.


602. La prosperità si allontana dai troppo sinceri, dai cacadubbi e dai timorosi dell'altrui biasimo.


603. "Io abbandono il valoroso, per paura di restar vedova; il generoso, per rossore; il dotto, per tema di una rivale (la Scienza); perciò mi attacco all'avaro".


604. Chi ha con sé la Fortuna, per lo più non si occupa delle altrui sofferenze; mentre il serpente Shesha si stanca nel sostenere il peso della terra, Vishnu se la dorme tranquillo.



domenica 8 novembre 2009

Mille sentenze indiane - Povertà


582. Mi dischiudo alla speranza col sorgere del sole, e tutto mi ristringo al tramonto; immerso nel lago della miseria, imito il giuoco delle ninfee.

587. Se il ricco conoscesse il dolore che nasce in chi sta per pronunziare la parola "da'!", darebbe anche le proprie carni.

591. Mettete un uomo di grande mente a lottare ogni giorno con la povertà e a dover pensare al burro e al sale e al riso e ai legumi e alle legna; finirà col perdere la testa.

594. Anche se il ricco si è acquistata una virtù, presto la sciupa; (ma) il povero la conserva; il secchio pieno sommerge la fune, non il vuoto.

596. Cibo più saporito gusta sempre il povero che il ricco; la fame, che condisce gli alimenti, è ben rara tra i ricchi.

599. Il giovane pensa all'amore, l'uomo di mezza età pensa al denaro, il vecchio pensa alla morte, il povero a molte cose.

martedì 20 ottobre 2009

Mille sentenze indiane - I Ricchi


561. I pigri non diventano ricchi, e nemmeno i vigliacchi e i superbi, né quelli che si spaventano delle chiacchiere delle genti, né quelli che stanno sempre ad aspettare.

564. La ricchezza dev'esser donata e goduta, non sempre accumulata; guarda come alle api si porta via il tesoro raccolto.

566. La voce del povero, sia pur bella di timbro e buona di significato, non fa figura accanto a quella del ricco: come liuto sopraffatto dal rullo del tamburo.

567. Dentro qualsiasi ricco abitano cinquecento vampiri; quanti ne stiano dentro un re, nessuno ha mai calcolato.

mercoledì 7 ottobre 2009

Il sanscrito e le lingue dell'Italia antica: il caso dell'etrusco

Per chi pensasse che il sanscrito ha dei rapporti molto remoti con le lingue dell'Italia, nel quadro della vasta famiglia indoeuropea, potrà essere sorpreso nello scoprire che vi sono degli studi tendenti a rintracciare una presenza molto più diretta dell'antico indoario, nell'etrusco (principalmente con le opere di Bernardini Marzolla e di Caltagirone, la cui copertina appare qui a sinistra, ma anche quella di L. Magini "L'etrusco, lingua dall'Oriente indoeuropeo", del 2007) e nel siculo (con "La lingua dei Siculi" di Caltagirone, vedi anche qui).
A proposito dell'etrusco, ho tra le mani il libro "La parola agli Etruschi" di Piero Bernardini Marzolla, edizioni ETS, del 2005.


L'autore è un filologo classico, ex normalista (compagno di Ambrosini e Citati), nato a Perugia nel 1929, già autore nel 1984 di "L'etrusco - una lingua ritrovata" (ed. Mondadori). Lui stesso asserisce, nella premessa al testo del 2005, che la ricerca delle corrispondenze tra etrusco e sanscrito era partita dalla misteriosa parola itanim di una lamina d'oro di Pyrgi, che il Marzolla accostò al scr. idānīm "ora". Trovò poi hara su una pallottola di piombo per la fionda, corrispondente al scr. hara- "distruttore". Su una coppa, mleci kania è accostato a scr. mlecchī kanyā "barbara fanciulla". Alle parole ziva-s e lup-u, lup-u-ce, frequenti negli epitaffi, fanno riscontro scr. jīv- "vivere" e lup- "scomparire (morire)". Il libro prosegue con la spiegazione delle mutazioni fonetiche in etrusco, con l'elencazione dei suffissi, dei prefissi e dei composti di origine indoaria, con le ipotesi sulle origini degli Etruschi. Ipotesi che si concentrano sull'Anatolia, non solo per la tradizione riportata da Erodoto che voleva i Tirreni emigrati dalla Lidia in seguito a una carestia, ma anche per le iscrizioni simili all'etrusco dell'isola di Lemno, per l'elemento tarχ-, apparentemente anatolico, in vari nomi etruschi, per affinità figurative tra i rilievi volterrani e quelli di Xanthos in Licia e di Lemno. A tutto ciò possiamo aggiungere i risultati delle ricerche genetiche (vedi qui un articolo di sintesi), che ci mostrano le affinità degli abitanti di zone che possono aver mantenuto ascendenze etrusche quali Murlo, Volterra e del Casentino con gli attuali abitanti dell'Anatolia. E' notevole che anche gli abitanti dell'isola di Lemno si siano rivelati affini.
Quello che suggerisce il Marzolla è che la presenza dell'antico indoario nella lingua etrusca è dovuta alla presenza indoaria nel regno di Mitanni e nel Vicino Oriente del II millennio a.C., soprattutto nell'onomastica, e suggerisce che la lingua di questi indoarii sia sopravvissuta anche dopo il XIV sec. a.C., epoca del trattato di Mitanni che menziona le divinità vediche Indra, Mitra-Varuṇa e Nāsatya. Egli nota anche che dopo il 1200 a.C., con l'arrivo dei Popoli del Mare, si è avuto uno sconvolgimento del Vicino Oriente e del Mediterraneo, che ha provocato un periodo oscuro nella storia dell'Asia Minore e della Grecia. Marzolla si affida dunque alla testimonianza erodotea (Storie I.94), e suppone una migrazione dall'Anatolia analoga a quella greca degli abitanti di Focea. Un punto importante è che secondo lui "resta aperta la questione se l'etrusco sia una lingua non indoeuropea contaminata da una lingua di stampo indiano o, al contrario, una lingua di stampo indiano "sommersa" da una non indoeuropea."
Quello che potremmo ipotizzare è che nel popolo protoetrusco ci fosse una certa componente culturale indoaria dovuta ai regnanti di Mitanni e ai 'Marjanni', i guerrieri su carro con nomi indoarii che si erano diffusi nel Vicino Oriente, portatori di una scienza dell'allevamento del cavallo espressa nel trattato di Kikkuli di Mitanni. Tale componente culturale potrebbe essere legata a un semplice influsso, ma forse più plausibilmente alla presenza all'interno del popolo protoetrusco di un'élite guerriera (e forse anche sacerdotale) che portò con sé nomi propri e termini indoarii. A questo ci spingerebbero anche alcuni nomi come il gentilizio Arianaś citato dal Magini, presente nel territorio fiesolano, o lo stesso nome che gli Etruschi si davano, Rasna, riportato alla radice del sanscrito rājā. Il Magini riporta (op.cit., pp. 73-4) l'affermazione di Dionisio di Alicarnasso secondo cui gli Etruschi prendevano il nome dal loro capo Rasenna. Ora, questo nome ci riporta al sanscrito rājana- 'appartenente a una famiglia regale' o a rājanya- 'regale, uomo della casta regale o militare', e anche nome di una particolare famiglia di guerrieri (vedi il dizionario di Monier-Williams).
Torniamo quindi al lessico individuato dal Bernardini Marzolla. Nel corso del libro propone varie traduzioni di iscrizioni con l'aiuto dell'indoario, e alla fine riassume il tutto in un vocabolario etimologico etrusco. Abbiamo ais che significa 'dio' da scr. īś, īśa 'signore', aiśa 'regale, divino'; aus'a 'ardore', da scr. oa 'combustione, ardore'; capi, kapi, qapi, χapi 'qualcuno' da scr. ko'pi (da kas api); cumere 'fanciullo, principe' da scr. kumāra; eniaca 'altro' da scr. anyaka; rz 're' da scr. rājā; uasu 'ricchezza' da scr. vasu; uaz 'trofeo' da scr. vāja; Velaθri 'Volterra' da scr. velā 'confine; costa' e adri 'roccia, montagna' ('Monte di confine' o 'Monte costiero') e molti altri.
Vediamo termini religiosi e aristocratici ma anche del tutto comuni: se le interpretazioni con relative etimologie sono corrette, indicherebbe una presenza molto pervasiva dell'indoario, non maggioritaria ma tale da presupporre più di un vago influsso. Insomma, un elemento importante di quella irradiazione della civiltà dell'India verificatasi nell'antichità e nel modo più intenso forse nel II millennio a.C. dopo la profonda crisi che investì il subcontinente indiano. Un'irradiazione che ha raggiunto la lontana Italia, e che ha dato molto anche alla civiltà romana. In un recente convegno sull'argomento si è riaffermato che la fondazione di Roma seguiva un rituale etrusco, e questo ci potrebbe richiamare all'antica concezione indiana della città, anch'essa quadrangolare, con le strade ortogonali, fondata con la delimitazione dello spazio sacro segnato da fossati e da mura. E in etrusco, il nome riconosciuto della città è spur, analogo al vedico pur-, sanscrito pura- 'città'... Non solo, nel Dizionario della Lingua Etrusca di M. Pittau, si trova, accanto a spurana 'civico, urbano, pubblico', la variante [s]purane, e il pomerio, ovvero lo spazio sacro intorno alle mura, è identificato nel termine purapu. Esiste poi il nome al genitivo Puruhenas, gentilizio maschile che il Bernardini Marzolla associa all'importante epiteto vedico puró-han, 'distruttore di cittadelle, di fortezze', attribuito al dio guerriero Indra, ed analogo (semanticamente) all'omerico πτολίπορθος.












domenica 4 ottobre 2009

Corsi di sanscrito

Ho ricevuto questa notizia da Giulio Geymonat, MA in sanscrito della SOAS di Londra,
che inaugura una nuova stagione di corsi di sanscrito e filosofia dell'India a Milano, via E. Ferrario 5:

Si tratta di 5 seminari brevi (6h) di filosofia e civilta' dell'India rispettivamente su Veda, Upanishad, Samkhya, Bhagavadgita e buddhismo, che si terranno il martedi' e il giovedi' sera dalle 19,15 alle 21,15 a partire da martedi' 13 ottobre; e 5 workshop da tre ore l'uno per entrare nell'universo del sanscrito il sabato mattina dalle 10,30 alle 13,30 a cominciare da sabato 17 ottobre.
Per tutte le informazioni http://www.sanscrito.it/ info@sanscrito.it
3480724840

Personalmente, tengo un corso di sanscrito, specificamente dedicato alla traduzione di testi buddhisti, con accesso libero presso il centro Ewam, a Firenze, via R. Giuliani 505/A
(sito http://www.ewam.it/), ogni venerdì alle 20.
La prossima domenica, 11 ottobre alle ore 9, inizierò invece una serie di lezioni mensili di sanscrito presso il Dojo e centro Yoga Free Budo, a Prato, in via Genova 21B (sito http://www.freebudo.com/).

domenica 27 settembre 2009

Mille sentenze indiane - Denaro


544. Che l'indegno di onor tanto si onori
e si colmi di visite e favori,
e che all'uomo da nulla ognun s'inchini -
è tutto per la forza dei quattrini.

545. S'inchinan tutti anche al peggior birbone,
se la sorte lo fece un gran riccone ;
tutti spregian chi privo è di fortuna,
anche fosse più nobil della Luna.

549. Un povero, che vuol far quattrini, non riesce a metterli insieme; il denaro si prende col denaro, come i grandi elefanti con (altri) elefanti.

550. Di dove viene quando si ammassa e dove va quando si discioglie? non si vede lo strano viaggio del nuvolo e del denaro.

domenica 20 settembre 2009

Il sanscrito è più coltivato in Giappone che in India?


In seguito al grande convegno internazionale degli studi sanscriti tenutasi recentemente a Kyoto, in Giappone, un politico indo-americano, Rajan Zed, attivo nel campo interreligioso ha notato che in India il sanscrito è piuttosto trascurato, e ha esortato a politiche per rilanciarne lo studio. Ecco un estratto dall'articolo che è circolato in rete:

"Acclaimed Hindu statesman Rajan Zed, in a statement in Nevada (USA) today, while lauding Kyoto University, strongly criticized India Government for not doing enough for Sanskrit promotion. Sanskrit should be restored to its rightful place and needed to be brought to the mainstream and hidden scientific truths in ancient Sanskrit literature should be brought to light, Zed pointed out.
Jointly organized by International Association of Sanskrit Studies, Kyoto University, Association for the Study of the History of Indian Thought, Japan Society for the Promotion of Science, Mitsubishi Foundation, etc.; this five-day 14th World Sanskrit Conference covered a wide variety of topics, including:
Vedas, linguistics, epics and Puranas, Agamas and Tantras, vyakarana, scientific literature, ritual studies, yoga, Parsi Sanskrit, Sanskrit law, Mahabharata, Yogin versus Vedantin, Sanskrit riddles, Samkhya thought, dharma, Kashmir Saivism, Solar and lunar lines in the Sanskrit epics, miscarriage in ayurvedic literature, relationship between God and the world, etc.

Zed, who is president or Universal Society of Hinduism, asked India Government to do much more for the development, propagation, encouragement and promotion of Sanskrit in India and the world, which was essential for the development of India and preservation of its cultural heritage. Sanskrit also provided the theoretical foundation of ancient sciences.
Rajan Zed stressed that India Government should establish a world-level national library of Sanskrit besides Sanskrit libraries in each state; make Sanskrit available as a subject in all secondary, under-graduate, graduate, and doctoral schools in India; provide Sanskrit teachers’ training courses in all the states; enrich manuscripts collections; publish rare manuscripts; provide easily accessible distance learning courses for learners world over; coordinate the Sanskrit research done around the globe; frequently organize world level research conferences; provide generous funding for research projects; etc."




Ora, naturalmente non si può sostenere che il sanscrito sia più studiato in Giappone che in India (l'università di Kyoto sembra essere l'unico centro accademico giapponese veramente importante per questi studi, come mi è stato comunicato da un professore di sanscrito di Tokyo), tuttavia ho avuto spesso conferma che il sanscrito non è particolarmente coltivato nell'India attuale. La globalizzazione economica e culturale attira verso le lingue straniere moderne, e la tradizione sanscrita sembra evidentemente qualcosa di inutile per il progresso capitalistico... i giovani indiani sono lanciati verso materie tecniche ed economiche, che promettono successo e ricchezza. La mia personale esperienza all'Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi, dove i giovani indiani studiavano per poter fare le guide turistiche o per studiare in Italia management o design, mi ha rivelato una conoscenza decisamente approssimativa del sanscrito da parte loro, con pochissime eccezioni, nonostante venga studiato a scuola un po' come da noi il latino. Certamente quest'India lanciata verso il futuro e aperta al mondo può apparire un paese dinamico e promettente, ma l'oblio delle radici culturali rischia di appiattirla in un'occidentalizzazione più pesante di quella operata dall'impero britannico. Se l'India vuole mantenere la sua specificità nel mondo non può prescindere dalla tradizione sanscrita, che costituisce un patrimonio unico e straordinario per vastità, ricchezza e profondità, e di valore universale, come dimostra un convegno come quello di Kyoto, dove gli studiosi giapponesi, europei e americani, sono molto più numerosi di quelli indiani.

domenica 6 settembre 2009

Mille sentenze indiane - Gratitudine e ingratitudine


530. Chi rende il contraccambio, e sia pur largamente, di un benefizio ricevuto, non ha lo stesso merito del primo benefattore: quegli lo fa per qualche cosa, questi lo ha fatto per niente.

533. Si fa una casa nell'aria, dipinge un bel quadro sul vento, traccia linee sull'acqua colui che benefica il malvagio.

538. Gli uccelli abbandonano l'albero che non ha più frutti; le gru, lo stagno prosciugato; abbandonano le api il fiore appassito, le gazzelle la selva bruciata, le cortigiane l'uomo impoverito, i ministri il re decaduto; ognuno si compiace di ciò che gli serve: chi è caro ad un altro solo per sé stesso?

541. Per l'uccisore d'una vacca, per l'ubriaco, per il ladro e per lo spergiuro, i savi hanno stabilito un'espiazione; non v'è espiazione (possibile) per l'ingrato.

domenica 30 agosto 2009

La dedica di Gorresio al re Carlo Alberto ai primordi dell'indologia italiana

Durante le ricerche di questa estate ho scoperto una miniera di testi classici dell'indologia (anche il Vedic Index) digitalizzati dall'Università di Toronto, tra cui lo storico Ramayana di Gaspare Gorresio, che si può leggere alla pagina:
http://www.archive.org/stream/ramayanapoemaind01valmuoft#page/n10/mode/1up


Si tratta della prima edizione, del 1843, dedicata "a Sua Sacra Real Maestà Carlo Alberto". Infatti Gorresio (qui a sinistra) era piemontese, fondatore della scuola di indologia dell'Università di Torino. Su invito dello stesso Carlo Alberto aveva studiato sanscrito a Parigi con Burnouf e fu il primo professore di Lingua e Letteratura Sanscrita in Italia (dal 1852 al 1855). Fu anche senatore del Regno d'Italia nel 1880, accademico dei Lincei e della Crusca.


Ma certamente l'opera a cui è legato il suo nome e la sua memoria nella tradizione internazionale degli studi indiani è la fondamentale edizione del Rāmāyaa. Dunque, così la introduceva nella sua prima apparizione:


"Sire, un mezzo secolo appena addietro, aperta l'India ai commerzj delle genti Europee, s'incominciarono a scoprire diffusi per le remote regioni del Gange i grandi e numerosi monumenti letterarj d'un'antica e splendida civiltà infino a quell'ora appena presentiti. L'abbondanza, la varietà, e, per quanto da alcuni scarsi saggj si poteva congetturare, la nobiltà e l'importanza di que' vetusti monumenti d'un popolo, che già ai tempi della scuola Alessandrina aveva fama di tanta sapienza, tutto induceva a presagire, che da quella antica e vasta letteratura dovesse emergere gran luce per una conoscenza più compiuta dell'antichità e delle prische tradizioni, per rintracciare l'avviamento e il processo dell'intelligenza umana, per isvellere errori, che le scuole del secolo passato accreditarono con maligno intendimento, per lo studio intimo insomma della storia dell'umanità. Un nobile ardore s'accese immantinente tra gli Europei: gli studj sanscriti impresi con grande efficacia ed amore crebbero e si diffusero rapidamente per l'Europa. Dentro pochi anni l'Inghilterra, la Francia, l'Allemagna, ed altri paesi settentrionali ebbero cattedre di lingua e letteratura sanscrita [...] A questo movimento degli ingegni europei non s'era anco apertamente associato l'impulso delle intelligenze italiane. Mercè la generosa e splendida munificenza Vostra, o Sire, l'Italia entra ora degnamente anch'essa in possesso dei nuovi studj, dai quali, se molto già s'è infino ad ora ottenuto, molto più ancora rimane ad ottenersi. Voi, o Sire, incoraggiaste, proteggeste, secondaste con ogni maniera di sovrano favore questi miei studj [...] Or ecco io offro e consacro a Voi, Augustissimo Re [..] questa primizia di studj faticosi e lunghi, nata e cresciuta sotto i regali Vostri auspicj, base d'un gran monumento, che verrò a mano a mano continuando. [...]

Un documento storico, che fonda l'indologia italiana riconoscendo mezzo secolo di ritardo rispetto a quella di altri Paesi europei. Si rievoca in modo molto suggestivo l'attesa di quella rivelazione che era la prima diretta conoscenza della civiltà dell'India vagheggiata sin dai tempi dell'Ellenismo (la 'scuola Alessandrina'), all'interno di un quadro più vasto della storia dell'umanità. E' sorprendente anche l'incoraggiamento del re Carlo Alberto, che si rivela un sovrano illuminato e innovatore anche in questo campo.

Cosa è rimasto di quell'entusiasmo oggi? Quanto sappiamo di più dell'India? Sicuramente si sono fatte molte accurate edizioni critiche di testi fondamentali, si è tratteggiata una storia del pensiero e della letteratura, ma molto ancora rimane oscuro della storia di quella parte del mondo anche agli specialisti, che hanno tra l'altro attuato - ne siamo ormai convinti - distorsioni sistematiche dei processi che hanno portato allo sviluppo di quella civiltà. Per non parlare del grande pubblico, che in gran parte ha idee stereotipate e vaghe dell'India antica e moderna. Di fatto, la rivelazione dell'India non si è ancora pienamente realizzata per l'Occidente, molti veli restano ancora da squarciare, molti tesori da dissotterrare...

sabato 25 luglio 2009

Mille sentenze indiane - Generosità. Benefattori.


496. Si viene in onore coll'elargire le ricchezze, non coll'ammassarle; i nuvoli, datori di acque, stanno in alto; il mare, che le acque raccoglie, sta in basso.

497. Qual uomo non vive in questo mondo per il bene proprio? ma solo chi vive per il bene altrui, vive veramente.

498. I fiumi non bevono le loro acque; gli alberi non mangiano i loro dolci frutti, né le nubi le mèssi; la ricchezza dei buoni va tutta a vantaggio altrui.

504. Il concedere la vita ad una sola creatura val più che donare ogni giorno un migliaio di vacche a mille brammani.

523. Si faccia omaggio al generoso, anche se di bassa nascita, non al grande, dal quale nulla si ottiene: vedi, chi ha bisogno d'acqua, lascia stare l'oceano e si rivolge al pozzo.

domenica 12 luglio 2009

Un ricordo di Ashoka

Chi era Ashoka? Sicuramente uno dei più significativi sovrani della storia umana, e il più celebre della dinastia Maurya che regnò sull'India settentrionale per 140 anni (quanto gli Inglesi, nota il Wolpert nella sua Storia dell'India). Ashoka regnò dal 269 al 232 a.C., e la sua politica conobbe una svolta nel 261, dopo la sanguinosa conquista del regno di Kalinga (attuale Orissa), che pare abbia toccato profondamente il sovrano, fino a indurlo a convertirlo ai principi non-violenti del Buddhismo, che lui iniziò a propagandare su editti (incisi su pietra e colonne), presentandoli come principi etici universali.
Alla fine di un interessante libello dell'indologo (professore di sanscrito a Roma dal '31 al '41) Carlo Formichi, "Apologia del Buddhismo", che ho nella seconda edizione del 1925, si trova un appassionato elogio di Ashoka, come esempio di riuscita applicazione dei principi buddhisti alla vita sociale e politica. Scrive il Formichi, introducendo l'argomento:

Dopo più di due millenni le rocce e le colonne incise dalla fede del grande Imperatore proclamano ancora all'umanità le leggi eterne della morale e ci parlano un linguaggio che sembra quello della nostra coscienza emancipata dalle pastoje del tempo e dello spazio. Noi veneriamo, noi ci prosterniamo dinanzi all'India che dal suo suolo ha ridato alla luce gli editti di Açoka. È una terra benedetta, è il paese sacro all'avvenire.

Come prova dell'adozione di una politica di pace invece che di conquista, in un'attitudine di amore universale che supera la nozione stessa di nemico, si può citare uno dei due editti ai Kalinga (le citazioni sono dal testo di Formichi):
Tutti gli uomini sono miei figliuoli: e così come desidero che i miei figliuoli godano d'ogni sorta di prosperità e felicità in questo e nell'altro mondo, del pari bramo lo stesso per tutti gli uomini.
I popoli confinanti non abbiano paura di me, e sappiano ch'io desidero recar loro gioia
non già afflizione, e avrò con loro tutta la pazienza possibile.
L'editto forse più impressionante per un moderno, per la sua limpida formulazione della tolleranza religiosa, è il dodicesimo su pietra, che recita:
Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l'altra. Chi disprezza l'altrui credo, abbassa il proprio credendo d'esaltarlo.
Nonostante la tolleranza, Ashoka mantenne severità nelle punizioni, anche in modi che a noi appaiono eccessivi (e certamente incoerenti con l'insegnamento non-violento del Buddha), ammettendo la pena di morte, perfino - riporta il Formichi - per chi in certi casi non pagava le tasse, mentre lo spergiuro e il furto erano puniti con la mutilazione. D'altro canto, in un altro celebre editto si dichiarava la limitazione dell'uccisione di animali per le mense di corte, e se ne prefigurava la cessazione completa. In un altro, il sovrano rende noto di aver fondato stabilimenti per ricoverare, curare, distribuire medicinali, soccorrere i poveri, gli infermi, i pellegrini, ha provveduto sulle vie carovaniere pozzi, alberi fruttiferi e frondosi per nutrire e dare ombra.
Quello che è particolare nella politica di Ashoka, è che non si limita alle punizioni, ma vuole promuovere la Legge, il Dharma, la norma etica universale tramite gli editti e i funzionari, i 'supervisori della legge' (dhammamahāmatta). Come dichiara negli editti su colonne:
Dopo ventisei anni dalla mia consacrazione è cresciuto, in grazia alle mie istruzioni, l'amor della gente per la Legge di pietà e sempre più crescerà. [...] Eccelsa è la Legge di pietà. Essa consiste in poco peccato e molte opere buone, nella compassione, nella liberalità, nella veracità e nella purità. [...] Perché gli uomini si conformino ai precetti della Legge di pietà, è necessario che la conoscano, sieno in essa bene istruiti. Perciò ho inviato dappertutto nel mio regno Commissari a predicare la Legge di pietà e ad istruire in essa la gente, ed ho fatto inscrivere su colonne i santi precetti.
Tutto ciò può apparire eccessivamente paternalista e proprio dell'aborrito 'Stato etico', eppure ancor oggi usiamo 'pubblicità progresso' per istruire il popolo, propagandiamo valori e principi di tolleranza e civiltà. Forse l'eticismo illuminato di Ashoka è più realistico del liberalismo amorale e utilitarista, e il semplice giustizialismo non può dare una forma valida alla società umana, senza l'affermazione di un sistema di valori condiviso che dia un'indicazione del senso ideale della vita in comune, nel rispetto del pluralismo.

domenica 28 giugno 2009

Mille sentenze indiane - Ospitalità

475. Anche se un uomo di bassa condizione càpita nella casa di uno di alta casta, deve essere onorato a dovere; l'ospite rappresenta tutti quanti gli dèi.

482. Quando fa caldo, acqua fresca; quando fa freddo, fuoco; quando piove, la casa a riparo; in ogni tempo, cibo.

483. Paglia (per giaciglio), terra (per stanza), acqua (per le abluzioni) e per quarta cosa una parola gentile, non fanno mai difetto nelle dimore dei buoni.

486. Persino ad un nemico, che si presenti in casa nostra, non si deve negare l'ospitalità: anche a chi viene per reciderlo, l'albero non rifiuta la propria ombra.

491. Colui che non fa devotamente onore a un ospite stanco del cammino, sconosciuto, tormentato dalla fame e dalla sete, viene detto "uccisore di un brammano".

Notizie indologiche

http://nalandainternational.org/IndusConference/indusconference.htm


Alcune novità nel mondo indologico, scoperte in rete.


Il 21-22 febbraio 2009, presso la Loyola Marymount University, a Los Angeles, si è tenuta una conferenza internazionale intitolata "The Sindhu-Sarasvati Valley Civilizations:A Reappraisal" (qui sopra il link e le immagini collegate), con alcuni dei più importanti 'nomi' dell'archeologia indiana sia dall'India sia dagli Stati Uniti: S.R. Rao, R.S. Bisht, Kenoyer e Shaffer. Inoltre, c'era un grande esperto della questione dell'invasione aria quale Edwin Bryant e anche uno studioso greco, Kazanas, uno dei pochi occidentali critici della teoria dell'invasione e della cronologia ufficiale dei Veda. Quello che è interessante in questa conferenza è appunto la sua apertura a posizioni considerate eretiche dall'establishment accademico anche americano, e fa ben sperare per un'apertura del dibattito e per quella Grande Transizione che vari indizi suggeriscono essere in corso: dal vecchio modello ad uno nuovo, non più basato sulla teoria aprioristica dell'invasione o migrazione aria in India.




Uno dei motori della Transizione è certamente Koenraad Elst, indologo belga che ha anche recensito, sul suo blog (http://koenraadelst.blogspot.com/), un nuovo libro di Shrikant Talageri, pubblicato nel 2008, su Rigveda e Avesta, che dà una formulazione basata (tra le altre cose) su questi due testi della teoria secondo cui gli Indoeuropei sono originari dell'India, tramite la tribù indoaria dei Druhyu, emigrata dal Nordovest del subcontinente verso l'Europa, laddove gli Iranici sarebbero derivanti dalla tribù indoaria degli Anu. Mi riservo di leggere personalmente questo nuovo parto dell'energico studioso indiano per dare un giudizio, anche se trovo almeno in parte convincente il suo precedente libro del 2000 (The Rigveda: A Historical Analysis).




mercoledì 17 giugno 2009

Mille sentenze indiane - I Buoni


466. Come ti è cara la vita, così è cara alle altre creature: vedendo dappertutto sé stessi, i buoni esercitano la compassione.

467. I buoni esercitano la compassione anche verso creature prive di pregi: la luna versa il suo chiarore anche sulla capanna del paria.

468. Ricordano i buoni i benefizi ricevuti, non gli atti ostili; adoprandosi a vantaggio altrui, non si aspettano ricompensa.

469. Per vantare i proprî meriti, per chiedere ad altri, per respingere una preghiera - la lingua dei buoni non si sa muovere.

471. Nemmeno la cattiva compagnia fa cattivi i buoni; per quanto ci si avvoltolino i serpenti, l'albero di sandalo non diventa velenoso.

venerdì 12 giugno 2009

Britannici e Indiani a confronto sul concetto di 'Aryan'

Come ha scritto Koenraad Elst, vivace indologo fiammingo, in Asterisk in Bhāropīyasthān, recente (del 2007) raccolta di scritti sul dibattito riguardo all'invasione aria dell'India, la teoria che sosteneva tale invasione giustificò la presenza dei britannici tra i loro 'cugini ariani' in India, trattandosi semplicemente della seconda ondata di insediamento ario in quella regione. Tale teoria fornì un modello fondamentale della sorgente visione del mondo razzista: 1) i dinamici bianchi entrarono nella terra degli indolenti nativi scuri; 2) essendo superiori, i bianchi stabilirono il loro dominio e imposero la loro lingua ai nativi; 3) essendo consci della razza, stabilirono il sistema castale per preservare la loro separatezza razziale; 4) ma essendo insufficientemente fanatici riguardo alla loro purezza razziale, qualche mescolamento con i nativi ebbe luogo lo stesso, rendendo gli Ariani indiani più scuri dei loro cugini europei e corrispondentemente meno intelligenti e dinamici; 5) quindi, per il loro bene potevano elevarsi grazie a una nuova ondata di puri colonizzatori ariani (op. cit., p.74).
Come questa descrizione non sia esagerata, lo mostra un brano citato da D.K. Chakrabarti in The Battle for Ancient India. An Essay in the Sociopolitics of Indian Archaeology (New Delhi 2008), dove l'esploratore A.C.L. Carlleyle scrive nel 1879:
We British Europeans are Aryans, and far more pure and genuine Aryans than the Hindus, and no talk of the Hindus can alter our race [...] It is the Hindus who have altered and deteriorated, and not we! The Hindu has become the coffee dregs, while we have remained the cream of the Aryan race. [...] The Hindu has become a sooty, dingy-coloured earthen pot, by rubbing against black aborigines rather too freely; and he consequently pretends to despise the white porcelain bowl.
Quello che colpisce in questo brano, oltre al razzismo esplicito e offensivo, sono le allusioni al disprezzo da parte degli 'Hindu'. Tanto astio appare una risposta piena di risentimento verso accuse di degenerazione da parte degli Indiani verso gli Inglesi. In effetti, nella tradizione indiana, molti popoli stranieri, tra cui i Persiani e i Greci (Yavana) erano considerati Kshatriya (membri della casta guerriera) degenerati per il loro abbandono del puro Dharma (la legge morale e religiosa), ed è possibile che gli Indiani dell'epoca applicassero tale antica nozione anche agli Inglesi, dopo aver accettato la parentela dei parlanti lingue indoeuropee. Il razzismo che esalta la propria superiore purezza evidente dal biancore della pelle sembrerebbe la risposta britannica a un disprezzo morale da parte degli Indiani: risposta piuttosto puerile, e che manifesta l'ottica decisamente materialista che sostiene il razzismo.
Molto diverse sono le conclusioni a cui arriva, dallo stesso concetto di 'Aryan', inteso però principalmente in senso linguistico, uno studioso indiano, Pandit Lachhmi Dhar Kalla, che pubblicò nel 1930 The Home of the Aryas, dove sostiene, con varie ragioni (tra cui quella dell'unitarietà tra accento vedico e protoindoeuropeo), che la patria originaria degli 'Aryas', ovvero i Protoindoeuropei, era l'Himalaya nordoccidentale. Nella conclusione, a p.106 e 107, afferma che gli Arii in passato hanno sempre sostenuto una sintesi con le razze che hanno incontrato: in India ci hanno dato il concetto del Bharata Varsha, l'India unita di tutte le razze (anche dravidici e munda) e in Occidente si sono uniti con le razze non-arie (gli indigeni europei) e le hanno elevate al livello della loro cultura. Per il futuro dell'India, prospetta anche un'unione con i 'gruppi culturali semitici' (rappresentati dai Musulmani e pare anche dai Cristiani) che chiama Neo-Hindustan. Alla fine, si lancia in un panegirico dell'azione unificatrice degli Arii:
After centuries of work, the Aryas have now prepared the world for such a larger unity of mankind by creating a common mentality in different races through the diffusion of the Aryan language in distant parts of the world. [...] We must thank the ancient Arya, the 'Indo-European' man, who thus long ago laid the foundations of the unity of the East and the West, and took the fire of his civilization to every home he could find.
Vediamo qui come il concetto di 'Aryan', che indica l'indoeuropeo ma porta con sé un'idea di nobiltà, potesse essere usato in senso non razzista, affermando una superiorità culturale che non porta però alla propria autosegregazione, ma ad un'unione con le altre razze e culture. Oggi anche una tale esaltazione culturale degli Indoeuropei appare pericolosa e inaccettabile (del resto lo stesso Kalla afferma di non voler ignorare il valore culturale dei Semiti e dei Cinesi), ma può essere ancora valido il richiamo a una cultura condivisa dai parlanti indoeuropeo, antico ponte tra alcuni popoli d'Oriente (Indiani e Iranici) e molti d'Occidente.
Particolarmente valida ci pare in particolare l'idea che gli Indoeuropei si siano fusi in Occidente con popoli locali non indoeuropei (perché gli 'aborigeni' dovrebbero essere sempre neri?), tra cui i Britannici, che geneticamente sono tra i più lontani dal panorama genetico degli Indiani, degli Iraniani, degli Slavi e dei Balti. Insomma, considerando questi i popoli più pienamente indoeuropei, i Britannici, anche dal punto di vista 'razziale' del Carlleyle, non risultano proprio "far more pure and genuine Aryans than the Hindus". In effetti, è veramente paradossale che un termine indo-iranico come 'arya' sia stato fatto proprio da popoli nordeuropei per poi pretendere di essere loro i veri 'arya'! Del resto, gli imperialisti non potevano certo concedere ai colonizzati e agli 'orientali' l'onore di costituire il popolo dei 'nobili'...

domenica 31 maggio 2009

Mille sentenze indiane - I Nobili e i Vili - 4

441. « Chi sei tu, rosso di occhi, di becco e di piedi? » - Un cigno reale. - « Donde vieni? » - Dal lago Mânasa. - « Che c'è laggiù? » - Cespugli di loti d'oro, acqua come l'ambrosia, perle a mucchi, gemme e coralli, germogli di berillo. - « E non ci sono chiocciole? » - No. - Avendo così udito, gli aironi fecero: « Ohibò, ohibò! »

444. Il cigno non risplende in mezzo a uno stuolo di cornacchie; il leone, in una torma di sciacalli; il cavallo di razza, in un gruppo di asini; il dotto, tra gli analfabeti.

448. Bene hanno fatto i cuculi a tacere al sopravvenire delle piogge; là dove gli oratori sono i ranocchi, è bello il silenzio.

449. Il cuculo beve il divino succo del mango, e non sʼinsuperbisce; il ranocchio beve l'acqua fangosa, e gracchia d'orgoglio.

459. Nessuno, nei tre mondi, fa attenzione a chi se ne sta mogio mogio; dovunque la gente sʼinchina a chi fa del chiasso, non alla virtù.


sabato 23 maggio 2009

Una nuova comprensione dell'Oriente

Abbiamo visto come Guénon sfidasse la visione occidentale del pensiero indiano, e come Sylvain Lévi fosse disposto ad accogliere la sfida. In effetti, anche se Guénon costituisce un caso particolare di una corrente di pensiero antimoderna ed esoterica, l’orientalismo occidentale in generale vive un ripensamento negli anni tra le due guerre mondiali, come nota Edward Said in Orientalismo (pp. 270-1 dell'edizione Bollati Boringhieri del 1991), dovuto alla crisi del colonialismo, con lo sviluppo di richieste di indipendenza da parte dei colonizzati, e a nuove prospettive nel campo delle scienze umane:
“Non si accettava più senza discutere che la dominazione europea sull’Oriente fosse un fatto pressoché naturale; né si presumeva che l’Oriente avesse bisogno dell’illuminismo occidentale. Ciò cui si dava importanza, nel periodo tra le due guerre mondiali, era un’autodefinizione culturale che trascendesse provincialismo e xenophobia.”
Un esempio di questa esigenza è in un articolo del 1931 dell’islamista H.A.R. Gibb, intitolato Literature, in The Legacy of Islam (p.209), citato sempre da Said (pp.269-70):
“[…] i romantici tedeschi […] per la prima volta si proposero consapevolmente di aprire una strada che permettesse l’ingresso in Europa dell’eredità della poesia orientale. Il secolo XIX, col suo nuovo senso di potenza e superiorità, parve chiudere la porta in faccia al loro progetto. Oggi, d’altra parte, si notano i segni di un cambiamento. La letteratura orientale è di nuovo studiata per il suo intrinseco valore, e si sta sviluppando una nuova comprensione dell’Oriente.Man mano che questa comprensione si diffonde e l’Est riacquista il suo posto nella vita dell’umanità, la letteratura orientale può ricominciare a svolgere la sua funzione storica, e aiutarci a superare le anguste e opprimenti concezioni che vorrebbero limitare tutto ciò che è significativo nel campo della letteratura, del pensiero e della storia alla nostra porzione del globo.”
C’è da chiedersi se questa apertura dei limiti della cultura occidentale sia avvenuta fino ad oggi, o sia rimasta limitata agli orientalisti…

sabato 16 maggio 2009

Mille sentenze indiane - I Nobili e i Vili - 3


428. Che i difetti diventino pregi in bocca dei virtuosi e i pregi difetti in bocca dei malvagi, dovrebbe forse far meraviglia? Ecco un nuvolo che, bevuta l'acqua salsa del mare, riversa acqua dolce; un serpente (invece), bevuto il latte, vomita veleno mortale.

429. Il modesto vien tacciato di stupidità, il religioso di ipocrisia, l'onesto di furberia, il coraggioso di durezza, l'asceta di demenza, il cortese di pochezza, l'energico di superbia, l'eloquente di loquacità, il costante di impotenza; quale pregio dei virtuosi si sottrae al marchio dei malvagi?

433. L'uomo probo, morsicato dal serpente delle parole uscite dalla bocca del malvagio, beve per contravveleno la soddisfazione della propria coscienza.

435. Krshna non si degnò rispondere al re dei Cedi, che lo insultava; il leone risponde col suo ruggito al tuono della nube, non all'urlo dello sciacallo.

436. Quel che gli onesti dicono scherzando, è sillaba incisa sulla pietra; quel che i malvagi giurano, è sillaba scritta sull'acqua.

martedì 12 maggio 2009

Nuove scoperte di archeologia harappana in India


Lo scorso marzo, è stata divulgata una importante scoperta archeologica presso il villaggio di Farmana in Haryana, India. Qui a sinistra potete vedere un'immagine degli scavi che ho scattato nel marzo 2008 durante una visita al sito, che è stato registrato dall'UNESCO. Per particolari sulle scoperte, si può vedere la notizia su un blog di archeologia preistorica: http://www.stonepages.com/news/archives/003205.html che trae le informazioni da articoli apparsi in India. Oltre all'interessante scoperta di un complesso di 26 stanze con cortile, che può indicare un 'palazzo' dell'élite, la scoperta più significativa è il cimitero con ben 70 sepolture, i cui scheletri saranno studiati per individuare l'alimentazione e l'identità genetica. Ora, queste sepolture presentano i tratti caratteristici harappani: forma rettangolare, orientamento nord-sud. Il direttore degli scavi, Vasant Shinde, sostiene: "All the graves are rectangular - different from other Harappan burials sites, which usually have oblong graves" ma possiamo citare S.P. Gupta in "Disposal of the Dead and Phisical Types in Ancient India" (Delhi 1972), p.75, che afferma che si seppelliva il corpo in 'oblong pits' che, quando scavati con più cura, "assumed rectangular shapes". Evidentemente, le tombe di Farmana appartengono a questa categoria. Shinde aggiunge: "The site shows evidence of primary (full skeleton), secondary (only some bones) and symbolic burials, with most graves oriented northwest-southeast, though there are some with north-south and northeast-southwest orientations as well. The variations in burial orientation suggests different groups in the same community"
Ora, vorrei fare un confronto con quello che dice lo Śatapatha Brāhmaa XIII.8.1.5 (uso qui la traduzione di Julius Eggeling riportata sull'ottimo sito http://www.sacred-texts.com/hin/sbr/sbe44/sbe44113.htm#fr_1132:
Four-cornered (is the sepulchral mound). Now the gods and the Asuras, both of them sprung from Pragâpati, were contending in the (four) regions (quarters). The gods drove out the Asuras, their rivals and enemies, from the regions, and, being regionless, they were overcome. Wherefore the people who are godly make their burial-places four-cornered, whilst those who are of the Asura nature, the Easterns and others, (make them) round, for they (the gods) drove them out from the regions. He arranges it so as to lie between the two regions, the eastern and the southern, for in that region assuredly is the door to the world of the Fathers: through the above he thus causes him to enter the world of the Fathers; and by means of the (four) corners he (the deceased) establishes himself in the regions, and by means of the other body (of the tomb) in the intermediate regions: he thus establishes him in all the regions.
Come si può vedere, la sepoltura è orientata verso sud-est proprio come la maggior parte delle tombe di Farmana. S.P. Gupta (ibidem) parla genericamente di orientamento nord-sud per le sepolture harappane, con la testa verso nord, e qui a Farmana abbiamo qualcosa di ancora più specifico, che coincide con le concezioni vediche espresse nello Śatapatha Brāhmaa, testo che io situerei dopo il 1300 a.C., ma che può ben conservare concezioni tradizionali immutate, come quella dell'associazione della regione sud-orientale con il mondo dei Padri. Non solo: secondo ŚBr.XIII.8.1.9, la regione nordoccidentale è la direzione 'dei viventi' (jīvānām).
Ancora: quando visitai il sito di Farmana l'anno scorso, andai anche in una spianata nelle campagne vicine dove avevano trovato alcuni resti di sepolture: tramite un giovane che conosceva l'inglese, feci chiedere ai contadini se il terreno era salato, ed essi dissero che era proprio così. Avevo fatto questa domanda perché uno studio sul cimitero del sito harappano di Kalibangan, di A.K. Sharma, "The Departed Harappans of Kalibangan" (New Delhi, 1999), p.104, notava che il terreno del cimitero ha un'alta percentuale di sale, e che questo coincideva con quello che diceva lo Śatapatha Brāhmaa, il quale infatti ingiunge (XIII.8.1.14):
He makes it on salt (barren) soil, for salt means seed; the productive thus makes him partake in productiveness, and in that respect, indeed, the Fathers partake in productiveness that they have offspring: his offspring assuredly will be more prosperous.
Insomma, ci sono forti elementi per dimostrare l'uniformità con la tradizione vedica di questi antichi indiani del 2600-2200 a.C. Ora aspettiamo con interesse i risultati dell'indagine sul DNA: se si trattasse di R1a1, questo escluderebbe l'arrivo nel II millennio a.C. dei portatori di questo gruppo genetico e farebbe degli 'Harappani' locali dei probabili 'indoarii'.

domenica 10 maggio 2009

Mille sentenze indiane - I Nobili e i Vili - 2

420. Talvolta il vile si presta al bisogno, non il grande: lo specchio del re stesso è di stagno, non d'oro.

422. Che il mare tenga in basso la perla e in alto l'alga, è colpa del mare: la perla resta(sempre) perla e l'alga, alga.

423. Poiché ti è toccato l'ufficio di arbitra, che razza d'impertinenza è la tua, o bilancia? chi pesa di più, lo metti in basso; chi di meno, lo innalzi.

424. Se una cornacchia insozza la testa di un maestoso elefante, ciò avviene perché tale è l'indole dei vili: l'elefante resta sempre elefante.

lunedì 4 maggio 2009

Sylvain Lévi e René Guénon


René Guénon (ritratto nella foto a destra) è certamente in Italia un nome più noto di quello di Sylvain Lévi (qui a sinistra), grazie alla pubblicazione delle sue opere da parte della casa Adelphi (che d'altronde ha appena pubblicato l'opera di Lévi La dottrina del sacrificio nei Brāhmaņa, con la traduzione della mia collega e amica Silvia D’Intino), e alla sua forte proposta ideologica della 'Tradizione' sotto il segno dell'esoterismo. Guénon non si può considerare un indianista, certo non era un accademico, però seguì i corsi al College de France di Sylvain Lévi, allora massima autorità dell'indologia francese, e presentò alla Sorbona nel 1921 come tesi di dottorato in Lettere la sua Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, come si apprende in un articolo (René Guénon et l'Hindouisme) di Pierre Feuga, che si definisce 'Professeur de Yoga'
(http://pierrefeuga.free.fr/guenon.html#_ftnref15). E' sorprendente leggere che il grande indianista si dimostrò aperto verso la tesi di Guénon, nonostante contestasse l'indologia accademica occidentale. Così si esprime il Lévi a proposito della tesi:
En tout cas, il [Guénon] témoigne d’un effort personnel de pensée qui est respectable et que les philosophes apprécieront ; il apporte une conception curieuse des systèmes philosophiques de l’Inde, qui tout en choquant les indianistes peuvent les inviter à d’utiles réflexions. Enfin, la Faculté donnera une preuve manifeste de son libéralisme en acceptant cette critique violente de la ‘science officielle’ des philosophes comme des indianistes. Je crois donc devoir vous engager, Monsieur le Doyen, à accorder votre visa à la thèse de Monsieur Guénon.
Un liberalismo e un'apertura mentali abbastanza straordinarie per un accademico, considerato il rifiuto di Guénon per il metodo storico e il suo attacco totale all'orientalismo accademico, e tanto più in un'epoca come quella, segnata dal Positivismo. Tuttavia, nonostante tale illustre parere, al Doyen Brunot l'eresia di Guénon dovette apparire davvero eccessiva, e rifiutò l'approvazione.
Secondo il Feuga, Guénon fu poi aspramente criticato dall'indologia francese (in particolare dal fondamentale sanscritista Louis Renou) e nessun universitario si azzarda ad ammettere pubblicamente il suo apporto costruttivo. Del resto, lo stesso Sylvain Lévi, secondo la scarna voce di Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Sylvain_Levi), è stato uno dei primi oppositori di Guénon, "citing the latter's uncritical belief in a "Perennial philosophy", that is, a primal truth revealed directly to primitive humanity, based on an extreme reductionist view of Hinduism."
In effetti, il concetto guénoniano di Tradizione primordiale appare inaccettabile, o almeno inverificabile, da un punto di vista storico-critico, e alcune generalizzazioni di Guénon sull'India e l'Oriente appaiono più frutto delle sue predilezioni che realtà storica; Guénon si muove in un'ottica fortemente 'orientalista' nel senso di Edward Said, affermando il classico stereotipo dell'immobilità dell'Oriente, anche se rovesciando la consueta valutazione negativa di questo fatto in positiva (fedeltà alla Tradizione). Comunque la conoscenza da parte di Guénon del pensiero indiano è vasta e approfondita, e il suo punto di vista vuole essere rigorosamente aderente a quello 'indù' autentico, tanto che - racconta Feuga - il famoso indianista Alain Daniélou, quando presentò l'opera di Guénon a dei Pandit ortodossi, ne ricavò questo giudizio:
de tous les Occidentaux qui se sont occupés des doctrines hindoues, seul Guénon, dirent-ils, en a vraiment compris le sens

venerdì 1 maggio 2009

Mille sentenze indiane - I Nobili e i Vili - 1


414. Gli uomini migliori conoscono da sé stessi la differenza fra il giusto e l'ingiusto; i mediocri, quando è loro insegnata; i pessimi, nemmeno se è loro insegnata.

415. Gli uomini volgari non intraprendono nulla, per paura degli ostacoli; gli uomini di media levatura cessano dall'intrapresa, se un ostacolo sopraggiunge; ma, pur contrastati da ostacoli ripetuti, gli uomini di alto sentire non abbandonano l'impresa assunta.

416. Nell'autunno il nuvolo rumoreggia e non piove; nella stagione delle piogge, piove invece silenzioso: l'uomo volgare parla e non agisce, l'uomo probo agisce e non parla.

giovedì 23 aprile 2009

Mille sentenze indiane - Poesia

352. Due frutti dolcissimi ha l'albero velenoso dell'esistenza: il gustare il succo ambrosiaco della poesia e il conversare con uomini buoni.

353. Deh, deh, malvagi tutti quanti, ascoltate le mie parole! in cielo c'è il nèttare, ma non è facile per voi l'ottenerlo; perciò, a vantaggio vostro, noi facciamo qui l'ambrosia della poesia: bevetela con sommo rispetto!

354. La musica e la poesia sono le due mammelle di Sarasvatî; l'una dolce ad un tratto, l'altra ambrosia alla riflessione.

360. "Dove potrò coglierlo in fallo?" Così rivolgendo nella mente, il tristo si prepara ad udire le poesie dei valenti.

366. Furono gli anni di gran meraviglie:

nessun litigio mai nelle famiglie;

alla moglie fedele ogni marito,

ogni liquore odiato ed abborrito;

i giudici incorrotti,

i preti onesti e dotti;...

più gran portento dell'età dell'oro:

i poeti lodavansi fra loro.

Un ammonimento profetico di un sanscritista francese


Riprendendo 'Orientalismo' di Edward Said, mi sono imbattuto (p.262 dell'ed. Bollati Boringhieri) in un passo piuttosto impressionante dell'illustre indologo francese Sylvain Lévi (nella foto), professore di sanscrito del Collège de France dal 1894 al 1935 (quasi gli stessi anni di Pavolini, però Lévi era decisamente di un altro versante, come ebreo francese). Ebbene, questi scrisse nel 1925 a proposito dei rapporti tra Occidente e Oriente:
"E' nostro dovere comprendere la civiltà orientale. [...] Quei popoli sono eredi di una lunga tradizione di storia, arte e religione, il cui senso non hanno interamente smarrito, e che probabilmente intendono prolungare. Noi ci siamo assunti la responsabilità d'intervenire nel loro sviluppo, talvolta senza consultarli, talaltra rispondendo a una loro richiesta [...] Sosteniamo, a torto o a ragione, di rappresentare una civiltà superiore, e in nome del diritto che ci verrebbe da tale superiorità, che regolarmente affermiamo con tanta sicurezza da farla sembrare loro incontestabile, abbiamo messo in discussione tutte le loro più radicate consuetudini [...]
In generale, quindi, ogni volta che gli europei sono intervenuti, l'indigeno ha provato una sorta di disperazione globale, resa particolarmente pungente dal sentire che il proprio benessere, nella sfera morale più che in termini meramente materiali, invece di crescere era in realtà diminuito. [...] La delusione è diventata risentimento da un capo all'altro dell'Oriente, e quel risentimento è ora assai prossimo a mutarsi in odio vero e proprio, e l'odio non fa poi che attendere il momento propizio per mutarsi in atti concreti.
Se per pigrizia o incomprensione l'Europa non compirà lo sforzo che le è richiesto nel suo stesso interesse, allora il dramma asiatico si avvicinerà al punto critico.
E' qui che la scienza, che è un modo di vita e uno strumento della politica - ovunque i nostri interessi siano in gioco - ha implicitamente il dovere di penetrare nell'intimo delle civiltà e dei modi di vita dei nativi per scoprire i loro valori fondamentali e le loro caratteristiche durature, invece di soffocarne l'esistenza sotto una massa incoerente di modi di vita importati dall'Europa."
Nonostante l'epoca del colonialismo appaia ormai lontana, e non si usino più termini come 'indigeni' e 'nativi', il messaggio conserva una sua scottante attualità, soprattutto per il mondo islamico, ma anche l'India è una di quelle 'civiltà orientali' a cui doveva pensare Sylvain Lévi. E' vero che essa appare amichevole e ospitale verso gli Occidentali, ma non mancano episodi di reazione violenta ai missionari cristiani (recentemente in Orissa), e una frangia di conservatori ostili all'influenza occidentale. Sta a noi comprendere la civiltà dell'India (e dell'Islam, e della Cina) per poter interagire con essa nel modo più corretto, rispettoso, e proficuo per entrambe le parti. E, naturalmente, per ampliare la nostra conoscenza dell'essere umano e delle sue (spesso sorprendenti) potenzialità, riconoscendo che le differenze culturali non ci fanno appartenere a categorie ontologiche diverse...










venerdì 17 aprile 2009

Mille sentenze indiane - Eloquenza

343. Eloquente è chi parla deciso e piacevole e con poche parole: chi espone con molte parole e con poco sugo, è un chiacchierone.

345. Quando si conversa, da una parola nasce un'altra parola, come da un seme ben annaffiato dalla pioggia, un altro seme.

347. O cacciatore, ti prego a mani giunte; non ci sono tanti altri mestieri in questo mondo? perché, ammazzando i pappagalli, privi questo bosco della dea dell'eloquenza?

350. Se non se ne spende nulla, si vuota; se se ne spende, aumenta di assai; strano davvero, o Eloquenza, appare il tuo scrigno!

351. Tutto quanto questo triplice mondo sarebbe tenebra cieca, se fin dalla creazione non vi splendesse la luce chiamata il Verbo.

giovedì 16 aprile 2009

Invasione aria dell'India: mito o realtà?

In risposta al recente commento da 'Orientamenti', blog orientalista, sulla questione di una migrazione 'aria' o 'indoeuropea' proveniente dall'esterno dell'India, cito un altro articolo di genetica recente, di Sengupta e altri, apparso sull'American Journal of Human Genetics del febbraio 2006

our overall inference is that an early Holocene expansion in northwestern India (including the Indus Valley) contributed R1a1-M17 chromosomes both to the Central Asian and South Asian tribes prior to the arrival of the Indo-Europeans.

there is no evidence whatsoever to conclude that Central Asia has been necessarily the recent donor and not the receptor of the R1a lineages.

Questo significa che le teorie che hanno circolato sull'origine centrasiatica dell'R1a1 in India non sono sostenibili, ma anzi sembra vero il contrario, che l'Asia centrale abbia una presenza più recente rispetto all'area indiana dell'R1a1, il gruppo genetico candidato a rappresentare gli indoeuropei. L'articolo di Sengupta continua a dare per buono il dogma dell'arrivo degli Indoeuropei, senza collegarlo all'arrivo di questo gruppo come hanno fatto altri genetisti, ma non dà prova di tale migrazione.
Inoltre, gli studi dell'antropologo fisico K.A.R. Kennedy sugli scheletri harappani gli hanno fatto concludere che sono sostanzialmente affini a quelli delle popolazioni attuali e comunque non vi sono discontinuità tra il 4500 e l'800 a.C., quindi nemmeno nel periodo indicato per l'invasione aria, ovvero il II millennio a.C.
L'indologo Edwin Bryant, intervistando gli archeologi indiani negli anni '90, ha notato che l'opinione prevalente è che non ci sono prove dell'invasione. E ancora gli archeologi Shaffer e Lichtenstein hanno scritto nel 1999:

Outside influences did affect South Asian cultural development in later historic periods, but an identifiable cultural tradition has continued, an Indo-Gangetic Tradition linking diverse social entities which span a time period from the development of food production in the seventh millennium BC to the present.

Questo significa che l'archeologia non ci permette di parlare di una discontinuità della civiltà dell'India, quale si supponeva sulla base della teoria dell'invasione aria. Occorre chiedersi come sia sorta questa teoria, su basi meramente linguistiche (con pregiudizi eurocentrici), e come sia diventata un dogma accettato senza le più elementari precauzioni critiche.

Leggendo le pubblicazioni indologiche, colpisce come si parli della migrazione indoeuropea in India nel II millennio a.C. come un dato di fatto, senza darne nessuna prova. E' un'idea ricevuta dagli accademici del passato, tramandata proprio come un mito fondativo, e difesa strenuamente come un credo, la cui messa in discussione potrebbe far traballare le fondamenta della Chiesa indoeuropeistica... Gli anti-invasionisti sono costretti ad assumere i toni veementi di un Lutero, e ad essere emarginati come pericolosi eretici!


giovedì 9 aprile 2009

Mille sentenze indiane - Dottrina e saggezza

305. Fra tutti i beni, la scienza fu detta il sommo bene: perché non può
essere né rapita, né deprezzata, né consumata mai.

311. Dove nemmeno il vento passa né entra il raggio del sole, ivi penetra
veloce l'intelletto dell'intelligente.

313. L'intelligenza di colui che legge, scrive, osserva, interroga, ricorre
ai dotti, si espande come la foglia di loto ai raggi del sole.

321. La dottrina e la regalità non sono mai eguali; al re si fa onore nel
suo paese, al dotto si fa onore dappertutto.

327. Pur vedendo un analfabeta pieno di quattrini, il dotto non abbandoni la scienza irreprensibile; forse che vedendo le cortigiane cariche di gioielli, le donne oneste diventano cortigiane?

mercoledì 1 aprile 2009

Cosa significa yoga?


योगः

Una delle parole sanscrite indubbiamente più note in Occidente è yoga, grazie alla diffusione delle discipline (soprattutto fisiche) che portano questo nome. Ma chi saprebbe rispondere alla domanda su cosa significhi in realtà questo termine?
La parola yoga deriva dalla radice yuj- 'aggiogare, unire, preparare, usare, concentrare (la mente)'. E infatti yoga è l'atto di aggiogare e il giogo (latino iugum), ma anche l'uso, l'applicazione, il mezzo, il metodo, ogni congiunzione (latino iungo), l'impegno e anche la concentrazione dei pensieri. Si arriva così allo yoga come meditazione, il cui fine è unificare la mente e, secondo l'interpretazione teista, unire lo spirito individuale allo Spirito supremo (Ishvara).
Come dice Mircea Eliade in Lo Yoga. Immortalità e libertà :
"L'accento è messo sullo sforzo dell'uomo ("mettere sotto il giogo"), sulla sua autodisciplina, con cui egli può raggiungere la concentrazione dello spirito [...] "Legare insieme", "tenere stretto", "mettere sotto il giogo", hanno lo scopo di unificare lo spirito, di abolire la dispersione o gli automatismi che caratterizzano la coscienza profana."

Secondo un'interpretazione buddhista, yoga è unificazione della calma concentrativa con la visione intuitiva superiore, che costituisce la premessa per il progresso nel sentiero spirituale.
Vorrei infine proporre una paraetimologia sorprendente che ho appreso venerdì scorso dal medico e yogin tibetano Nida Chenagtsang che insegna al centro Ewam di Firenze: yo è la verità assoluta, ga significa 'raggiungere', quindi lo yoga è 'raggiungere la verità assoluta'.
Qualcosa di alquanto diverso da quella specie di ginnastica indiana con cui in Occidente si tende a identificare questa parola così ricca di tradizione!

Mille sentenze indiane - Educazione. Maestri.


283. La scienza si acquista mediante l'obbedienza al maestro, ovvero mediante copia di denaro, od anche mediante un'altra scienza; un quarto mezzo non v'è.

285. Che cosa, o Eccelso, si deve accogliere? La parola del maestro. E che cosa fuggire? Le opere malvage. Chi è maestro? Colui che ricerca la verità ed è sempre intento al bene delle creature.

288. Salute, mente sveglia, buona condotta, zelo, diletto nei libri sono, per lo studente, i cinque mezzi interni per il successo; maestro, libro, dimora, condiscepoli, orecchi - sono invece i cinque mezzi esterni per progredire nello studio.

289. Impara una strofa, o un verso, o un emistichio, o una sillaba; dona, lèggi, lavora - purché il giorno non ti trascorra sterile.

lunedì 23 marzo 2009

Mille sentenze indiane - Regole di vita

240. Presto bisogna prendere, presto dare, presto fare; altrimenti il tempo se
ne beve il succo.

250. Fate il male con violenza e sarà come non fatto;
poiché Manu ha detto che tutte le cose fatte con violenza si considerano come
non fatte.

270. Chi è dotto e sincero, ricercalo; col dotto e maligno,
sta' in guardia; chi è sincero e sciocco, abbine compassione; chi è sciocco e
maligno, sfuggilo ad ogni modo.

279. Dalla soverchia famigliarità nasce il dispregio; dal continuo frequentarsi, l'indifferenza: nel Malaya una mendicante adopra il sandalo come legna da ardere.

lunedì 16 marzo 2009

Mille sentenze indiane - Destino

Tornando al sanscritista anteguerra P. E. Pavolini, sono venuto in possesso di un'edizione originale di una sua importante pubblicazione, "Mille sentenze indiane. Scelte e tradotte dai testi originali, con introduzione e note a cura di Paolo Emilio Pavolini", Sansoni, Firenze 1927.
Si tratta di un'antologia di epigrammi, di perle di saggezza dal vasto mare della letteratura sanscrita. Nell'introduzione (a p.XVII) troviamo questo straordinario elogio:


"Abbiamo dato un'occhiata alla letteratura sentenziosa
degli altri popoli, perché meglio si vedesse di quanto la indiana a tutte va
innanzi e per ricchezza di raccolte e per varietà di argomenti e per profondità
di pensiero e per eleganza di forma. Certo le giova l'esprimersi in una lingua
di tale potenza fantastica e di tale struttura insieme trasparente e
pieghevolissima e atta a sottili e inaspettati ravvicinamenti di parole e
pensieri, quale il sanscrito."

Purtroppo, nel testo non c'è l'originale sanscrito, ma è comunque interessante leggere queste strofe in un'elegante traduzione d'epoca. Sceglierò quindi via via qualche sentenza per ogni settimana. Comincerò con quelle sul destino, per dare un'idea del più tipico atteggiamento indiano, che non è fatalista ma anzi fondato sull'intraprendenza dell'azione individuale, che, secondo la dottrina del karma, porta i suoi frutti da una vita all'altra, e in questa vita stessa:

204. Lo sforzo dell'uomo è il campo, il frutto delle azioni
il seme; dall'unione del campo e del seme matura la mèsse.
206. Dal destino e dall'azione dell'uomo dipende il successo
di un'impresa; ma il destino è manifestamente la stessa azione umana in
un'esistenza anteriore.
208. Come il carro non può camminare con una ruota sola, così
il destino non può compiersi se l'uomo non agisce alla sua volta.
210. Non si lasci il proprio lavoro, pensando: "lo compirà il destino!"
Chi, senza lavoro, può ricavare l'olio dai grani di sesamo?

sabato 14 marzo 2009

Un indizio interessante sull'identità della civiltà harappana


Qui a sinistra vediamo uno degli innumerevoli sigilli del periodo harappano maturo (2600-1900 a.C.), trovato a Mohenjo-daro. Al centro presenta il cosiddetto 'unicorno' dal corpo taurino, e a sinistra un misterioso oggetto. Recentemente ho letto un articolo dello studioso tamil Iravatham Mahadevan (in 'South Asian Archaeology 1993', per la sua biografia e foto vedi
http://www.harappa.com/arrow/bio.html), e trovo la sua interpretazione dell'oggetto geniale e nel complesso pienamente convincente.
Infatti secondo lui la parte superiore è un setaccio attraversato orizzontalmente da dei filtri, verticalmente dal liquido detto Soma (forse questo è l'unico aspetto da rivedere: può essere che sia la rappresentazione in verticale di un setaccio orizzontale), che sotto forma di triangolo scende nel recipiente sottostante, una colino da cui sprizzano le goccie. Ecco l'immagine analitica:
Oltre a questo, l'asta sottostante indica che siamo di fronte a uno stendardo che ha su di sé il simbolo del Soma, in omaggio al dio Indra a cui tale sacra bevanda è principalmente offerta. Che l'uso di un simile stendardo esistesse, anche in processione, è attestato da quest'altra immagine a destra:

Tutto ciò cosa significa? Per Mahadevan, che il culto del Soma è sopravvissuto all'arrivo degli Indoarii alla fine della civiltà harappana, ma per noi che neghiamo, sulla base dell'archeologia e dei testi, la realtà di una invasione o immigrazione indoeuropea dell'India si tratta di una eccellente conferma che la civiltà harappana non è altro che la civiltà vedica, come ci mostrano anche gli altari del fuoco e le sepolture.
Culto del Soma e culto di Indra (simboleggiato dal toro) sono dunque parte integrante della civiltà harappana, che, come già rimarcato, si è sviluppata principalmente sul fiume Sarasvati, il fiume sacro del Rigveda.
Quello che ancora manca è la decifrazione della scrittura. Oggi ho appreso dell'esistenza di un ennesimo tentativo, quello di Kurt Schildmann e Rainer Hasenpflug (vedi http://www.indus-civilization.info/), ma da quello che ho visto è anche un ennesimo buco nell'acqua, anzitutto perché segue l'orientamento inverso a quello riconosciuto (da sinistra a destra invece che da destra a sinistra). E' notevole però che si tratta di un tentativo di decifrazione in senso indoeuropeo, segno che tale identificazione si sta affermando sempre più negli studi (non sempre accademici) sulla civiltà harappana.