domenica 16 marzo 2014

Cavalli e indo-europei: le steppe non avevano l'esclusiva


Uno dei luoghi comuni sugli Indoeuropei ci dice che si trattava di popolazioni di nomadi a cavallo provenienti dalle steppe eurasiatiche (se non dell'Europa orientale, l'attuale Ucraina). E ci hanno fatto credere che orde di questi cavalieri avrebbero invaso l'Europa e l'Asia diffondendo ovunque la loro lingua, con la forza dirompente del cavallo. Abituati all'idea delle invasioni barbariche dei Germani, degli Unni e dei Mongoli, la cosa ci è parsa abbastanza accettabile. Peccato che quelle invasioni per lo più non siano riuscite a imporre le loro lingue, a parte gli Angli e i Sassoni in Britannia (lasciando il gallese e il gaelico) e le lingue turche nell'Asia centrale e in Anatolia (lasciando importanti sacche di lingue precedenti, soprattutto iraniche come tagico e curdo). E così, le lingue di Omero, Platone, Aristotele, Cicerone e Virgilio, Zarathustra e Firdusi, dei Veda, del Mahābhārata e di Kalidāsa, della grammatica di Pāṇini e della dialettica di Nāgārjuna, deriverebbero da un'orda di nomadi a cavallo discesi dalle steppe russe e ucraine per saccheggiare antiche civiltà che avrebbero dimenticato le loro lingue certamente secolari in favore di quelle degli ultimi arrivati. Curiosamente le lingue indoeuropee portate da questi invasori hanno potuto sviluppare un lessico poetico e filosofico, politico ed economico, per lo più senza adottare termini delle lingue delle civiltà precedenti come invece fecero i Germani col latino e il greco, e i Turchi con arabo e persiano. Questa incredibile teoria è insegnata da decenni se non secoli come fatto storico.

Ora, contro i pochi arditi che hanno cercato di contestarla l'argomento del cavallo è stato spesso usato per dimostrare che gli Indoeuropei vengono dalle steppe: è lì, tra Ucraina e Kazakistan, che il cavallo è stato domesticato, da lì, ci dicono, vengono tutti i cavalli domestici. E invece, cavalli autoctoni erano rimasti anche in Iran, come ci mostrano non solo gli scavi di Tall i Iblis (che riportano cavalli nel 3500 a.C.) e Shah Tepe, ma anche il cavallo del Caspio (di cui si può ammirare un esemplare nella foto in alto), scoperto in Iran nel 1965 da una signora americana sposata a un iraniano, Louise Firouz, come si può leggere qui. I rilievi di Persepoli ci mostrano un tipo di cavallo simile, come dimensioni e fisionomia:



Secondo studi genetici la razza del Caspio è la più 'primitiva' di tutte le razze cosiddette 'orientali' di cavallo come l'arabo, il curdo e l'Akhal Teke:


Akhal Teke
Kathiawari

E' interessante che anche i cavalli indiani (come il Kathiawari qua sopra) siano del tipo orientale, spesso di piccole dimensioni e snello, adatto a climi caldi, e che nel Rigveda sia detto chiaramente che il cavallo sacrificato ha 34 costole (I.162.18: catustriṃśad vājino... vaṅkrīr aśvasya), come il cavallo del Caspio e il cavallo arabo, e diversamente dai cavalli 'occidentali', che ne hanno 36 e hanno una struttura più massiccia.
Anche la figurina di cavallo trovata a Mohenjo-daro ricorda proprio questo tipo di cavallo:


 
Quindi, i primi cavalli che si sono diffusi nell'area indoiranica non erano i massicci cavalli delle steppe, ma quelli piccoli e leggeri dell'Iran e del Turkmenistan, e niente ci costringe a pensare che furono introdotti dai popoli di cultura 'Kurgan' della lontane steppe eurasiatiche, così come la loro cultura non ha potuto raggiungere l'India, e ha toccato marginalmente l'Asia centrale meridionale, come a Zaman Baba presso Bukhara, in Uzbekistan, fondendosi con le culture locali sedentarie che hanno mantenuto la loro continuità. Anzi, è probabile che la cultura Kurgan sia emanata o influenzata dall'Asia centrale meridionale, a partire da siti mesolitici a est del mar Caspio meridionale come Damdam Chesme 2 e Djebel, e dalla cultura Kelteminar, come suggerito da studiosi quali Merpert, Danylenko, la stessa Gimbutas e Mallory. Si potrebbe ipotizzare che nomadi di lingua indoeuropea da tali regioni abbiano portato verso nord i loro cavalli orientali, per poi adottare i cavalli delle steppe di tipo 'occidentale', più adatti a climi freddi, e con essi si mossero verso l'Europa.  

 

domenica 14 luglio 2013

Ruote con raggi ai confini indo-iranici nel III millennio a.C.

 
A Roma, non lontano dalla Stazione Termini, esiste un bellissimo museo, il Museo Nazionale d'Arte Orientale 'Giuseppe Tucci' (http://museorientale.beniculturali.it/) che ospita, tra le altre cose, una ricca collezione di oggetti dagli scavi archeologici di Shahr-i Sokhta, la 'Città Bruciata', importante sito nell'Iran orientale sul fiume Helmand, ai confini con Pakistan e Afghanistan, scoperto da Maurizio Tosi e risalente all'età del Bronzo (dal 3200 a.C.). L'avevo già citata a proposito dei dadi particolarmente antichi lì scoperti, e qui posso mostrare un'immagine di un dado con pedine che ho potuto fotografare al museo:
 
 
 
Ma l'oggetto che più mi ha colpito nella collezione (non per il valore estetico) si può vedere in questa teca.
A destra, c'è una ruota con raggi, datata non precisamente, ma di certo anteriore al 2200 a.C., quindi precedente alle famose ruote con raggi di Sintashta, e probabilmente contemporanea con le simili ruote giocattolo con raggi della civiltà harappana già discusse in un precedente post. Questo dato, che sembra sfuggito alla conoscenza divulgata in proposito (vedi ad es. qui e il libro di Anthony), può essere una prova ulteriore che le ruote con raggi sono state inventate tra India e Iran nel terzo millennio a.C., e poi esportate verso Sintashta e altre zone dell'Eurasia a cavallo tra il terzo e il secondo millennio a.C.
E quindi, il supposto arrivo degli Arii con i loro carri e cavalli dalle steppe eurasiatiche verso l'India e l'Iran si rivelerebbe non solo una volta di più un mito, ma un rovesciamento della storia (su simili rovesciamenti, e Sintashta come recettore di impulsi dall'Asia centrale meridionale, se non vera e propria colonia della Battriana dell'età del Bronzo, si veda l'ultimo post di New Indology).
Da notare anche gli zebù a sinistra: animali di origine sudasiatica, già domesticati nella Mehrgarh neolitica, si diffusero nell'Asia centrale almeno a quell'epoca, raggiungendo l'Azerbaijan, la Mesopotamia, l'Anatolia, e forse anche l'Ucraina (vedi questo altro post di New Indology).  
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

domenica 6 gennaio 2013

Dadi e cani tra India e Grecia




Nell'imponente libro di Bernard Sergent Les Indo-Européens si trova anche un capitolo sui giochi, che inizia dai dadi, definiti "il gioco di gran lunga meglio attestato nelle culture indoeuropee, e con una tale frequenza e una tale espansione che non può non riposare su di un'eredità comune". Si osserva che era presente nell'antichità in Grecia, in Macedonia, in India, in Iran, presso i Germani, in Lidia, a Roma, e che in quasi tutti questi popoli, aveva un'estrema importanza. In Grecia, è il gioco più evocato dalla letteratura. In Lidia, se ne attribuivano l'invenzione: secondo Erodoto (I.94), durante una carestia i Lidi avrebbero inventato il gioco dei dadi, degli astragali, della palla e così via (tutti eccetto gli scacchi) per dimenticare la fame un giorno su due. Infine, una parte sarebbero emigrati in Italia sotto la guida di Tirreno, per diventare gli Etruschi.
A Roma, continua Sergent, una leggenda poneva l'origine del fondatore della città in una partita a dadi tra il sacerdote di Ercole e il suo dio. Presso i Germani, ci dice Tacito (Germania 24), si giocava con tale serietà e accanimento, che quando si era perso ogni avere, si metteva come posta la propria libertà, riducendosi schiavi in caso di sconfitta. Qualcosa di analogo accade a Yudhiṣṭhira, il re dei Pāṇḍava, nel grande poema epico indiano, il Mahābhārata, dove in una partita a dadi egli mette in gioco il regno, i suoi fratelli, se stesso e sua moglie (vedi l'illustrazione sopra, tratta da un manoscritto persiano). Anche in RV. X.34, il celebre 'lamento del giocatore', nella str.4 accenna al giocatore portato via legato come uno schiavo. In Grecia, il gioco serviva alla divinazione, lo stesso presso i Balti antichi, nella divinazione medica, e un antico testo indiano, dice Sergent senza specificare, descrive un oracolo realizzato per mezzo di dadi. Anche i sacerdoti della tribù slava dei Retrani facevano oracoli con dadi (e cavalli). Il gioco dei dadi appare come un gioco regale in Macedonia e nella Persia achemenide, come lo era in India, dove era talmente importante che le epoche della storia prendono il nome dai punti dei dadi: Kali, il punto peggiore, dà il nome alla nostra età degenerata. 
Ma qual è il significato di kali? Il dizionario di Monier Williams dà come primo proprio quello del 'dado o lato del dado segnato con un punto, il dado perdente'. Il dizionario pali della Pali Text Society dà 'il dado sfortunato; un tiro sfortunato ai dadi, sfortuna, demerito, peccato; peccaminoso, peccatore; saliva, sputo'. Questi significati nel pali, che era più vicino alla lingua parlata rispetto al sanscrito, fanno pensare a un concetto di sfortuna e impurità, che è stato identificato con il dado perdente del gioco con le noci Vibhītaka, provenienti dall'albero Terminalia Bellerica, considerato come infestato dai demoni. Se si considera poi che in origine i dadi erano probabilmente usati per la divinazione, e che il numero dispari delle 'sorti' (anche noci) era associato alla sfortuna (vedi qui), questa interpretazione acquisisce ancora più verosimiglianza. Il termine kali può essere etimologicamente ricondotto all'oscurità e all'impurità: kalana significa 'macchia, difetto'; kalaṅka 'macchia, segno, sporco; calunnia'; kaluṣa 'torbido, disgustoso, impuro, sporco; sporcizia, impurità, peccato'; kalka 'sporco, impurità, falsità, inganno, peccato', e, guarda caso, designa anche la Terminalia Bellerica. Un parallelo indoeuropeo si potrebbe anche trovare nel greco kēlis 'macchia; onta, infamia', il latino caligo 'oscurità', e calumnia. Ma il confronto più interessante è quello con il nome dato al punteggio più basso dei dadi in latino, ovvero canis o canicula, e in greco, kyōn, che significa sempre 'cane'. Si è trovato persino un dado, a Taranto, con scritto ky(ōn) al posto dell'uno o asso, qui riprodotto.
Ora, già nel gveda il giocatore vittorioso e esperto era detto śvaghnin 'uccisore di cani o del cane', il che, confrontandolo con il linguaggio greco-romano, potrebbe significare che era capace di evitare tiri sfortunati. A quanto pare il cane, probabilmente come animale infausto, era associato alla perdita nei dadi. In Śatapatha Brāhmaṇa XIV.1.1.31 esso, insieme all'uccello nero (il corvo), è identificato con la falsità (anṛta, l'opposto dello ṛta, la Verità-Ordine), con l'oscurità e con il male (pāpman, che significa anche sfortuna o peccato). In Taittirīya Brāhmaṇa III.4, all'interno del grande rituale del sacrificio del cavallo, si richiede l'uccisione di un cane 'dai quattro occhi', in quanto, si spiega, il cane è il male (śvā́ iva vái pāpmā́). Cosa sia questo cane è discusso nell'articolo di David Gordon White 'Dogs Die'. A p.285, questi nota che in genere è spiegato come un cane con macchie chiare sopra gli occhi. Una nota a Śatapatha Brāhmaṇa XIII.1.2.9 dice però che un tale cane era solo un sostituto di un cane con due volti (anomalia rara ma non impossibile). White cita tuttavia anche un passo dell'Avesta a proposito di un rito funerario in cui si usa un cane con quattro occhi, che secondo i dizionari dell'Avesta indica un cane con due macchie sopra gli occhi. La cosa significativa è che anche i cani infernali di Yama hanno quattro occhi, come in RV. X.14.10-11. Forse anche qui è sottinteso che hanno due volti, in modo simile al Cerbero greco? Potrebbe confermarlo il paragone con RV. X.99.6, dove troviamo un demone 'con sei occhi e tre teste', descrizione che troviamo anche nell'Avesta, Yn. 9.8, per il drago Aži Dahāka. Comunque, che vi sia una forte affinità tra Cerbero e i cani di Yama è suggerito, oltre che dal ruolo di guardiani del regno dei morti, dall'etimologia: il greco kerberos corrisponde al nome vedico di uno o entrambi i cani: śabála, che significa 'variegato, pezzato, macchiato'. A prima vista la corrispondenza può sembrare dubbia, eppure abbiamo una serie di termini in antico indiano che si accostano molto da vicino al termine greco, tra cui karbara, che significa sempre 'variegato, macchiato', ed è anche il nome di un demone. Un aspetto molto interessante è che queste varianti dello stesso aggettivo (si aggiungano karvara, karbura, kavara) rivelano l'esistenza di forme centum accanto a quelle, normali per l'antico indiano, di tipo satem (oltre a śabala, śavala, śabara e śavara). La cosa comunque non dovrebbe apparire inaudita, visto che anche nella lingua himalayana Bangani si trovano forme centum. Notevole che, come altre forme centum in antico indiano, si tratti di termini attestati in opere post-vediche o addirittura in lessici, come se la satemizzazione fosse un fenomeno tipico della lingua vedica, che era più vicina all'iranico con cui condivide tale evoluzione, mentre aree isolate lontane dalla regione vedica originaria (l'India nordoccidentale e la valle dell'Indo) possono aver sviluppato forme centum più vicine al protoindoeuropeo, parallele alla forma greca. La quale, da parte sua, risulta essere un residuo arcaico, ormai incomprensibile ai Greci stessi (vedi qui), tramandato come i nomi degli dèi.

Dadi harappani
             
A proposito dell'archeologia, secondo un sito dedicato ai giochi, il primo dado cubico identificato risale al tardo V millennio a.C. in Siria, il che non dovrebbe essere connesso con civiltà indoeuropee. Sergent, che ha pubblicato il testo nel 1995, ci dice che i dadi più antichi del mondo sono attestati ad Altyn Tepe, in Turkmenistan, verso la fine del IV millennio, ma non ho trovato conferma a questa informazione. Guardando in rete (vedi qui), la nozione più diffusa sembra essere che Shahr-i-Sokhta, nell'Iran sudorientale (Seistan), sia il luogo del ritrovamento dei dadi più antichi, attribuiti al 3000 a.C. (ma la data non sembra avere riferimenti precisi) e di forma cubica (vedi qui). Nello stesso sito, si sono trovati dadi rettangolari insieme a pedine e scacchiera, in una tomba del periodo III (2500-2300 a.C.), come riporta Vidale nel libro, già citato in un altro postA oriente di Sumer, pp.94-95.
 Anche nei siti harappani si trovano sia dadi cubici (come quelli nell'immagine qui sopra) che rettangolari con 4 facce numerate, e tale tipo rettangolare compare anche a Gonur Depe in Margiana (vedi qui), nel periodo Namazga V (2500-2000 a.C.), dove sono considerati come importazioni dalla civiltà dell'Indo. E' interessante che i dadi cubici harappani presentano due varianti (come riporta questo libro): alcuni hanno, diversamente dai nostri, il 6 opposto al 5, e non all'1, come si può vedere anche nella foto, ma un altro di quelli di Harappa ha la numerazione come quelli moderni e (in parte) greco-romani.
Uno studio svedese dimostra anche la frequenza di tali oggetti: un ritrovamento su dieci a Mohenjo-daro risulta legato a giochi, e con una distribuzione spaziale che suggerisce dei luoghi dedicati, quelli che nell'India storica erano detti sabhā
Sembra quindi che nell'area tra il Turkmenistan, il Seistan e l'India, abbiamo abbondanza di dadi in età molto antica, il che può concordare con l'importanza data a questo gioco dagli Indoeuropei, come nota Sergent. Egli nota anche che in Scozia dei dadi sono stati trovati in livelli dell'età del bronzo, quindi indipendentemente dall'influenza greca o romana. Secondo un altro studioso francese, Thierry Depaulis, i dadi oblunghi si trovano presso Indiani, Celti e Germani, meno presso Greci e Romani. Da dove hanno ereditato Celti e Germani questo gioco? Forse dall'Asia centrale stessa, da cui provenivano originariamente? Questi dettagli, soprattutto se si inseriscono in un'ideologia condivisa, come mostra Sergent, possono rivelare storie di vasta portata. La partita è aperta...   

Achille e Aiace giocano a dadi

    
  
   

mercoledì 20 giugno 2012

Le sorprendenti affinità tra la Roma antica e l'India




Recentemente, un amico aveva 'postato' delle osservazioni a proposito della dieta dei legionari romani, sostenendo, oltre al fatto che era essenzialmente vegetariana, che non mangiavano carne bovina per la sacralità del bue. E un sito di argomento archeologico effettivamente conferma questo dato. Comunque, ciò mi ha riportato alla mente alcune affinità che avevo notato tra Roma antica e India, tra cui l'uso di un velo rosso per il matrimonio. Andando a guardare il rito nuziale romano, ho scoperto che il matrimonio più ritualizzato e arcaico era la confarreatio, riservata ai patrizi, e infine soltanto ai Flamines, quei sommi sacerdoti che Dumézil aveva confrontato (anche etimologicamente) con i Brahmani indiani. Ebbene, nella confarreatio (vedi anche questo saggio), oltre al flammeum, velo rosso fuoco (o arancio), che ritroviamo nel matrimonio indiano (vedi foto sopra), lo sposo e la sposa compivano insieme tre giri intorno all'altare verso destra, tanto che questo rito era chiamato dexteratio. Ora, in India questo rito si chiama pradakṣiṇa, termine che mostra la stessa radice indoeuropea (*daks-/deks-), e che significa appunto girare procedendo verso destra. Oggi (vedi qui) si compiono quattro giri intorno al fuoco sacro che funge da luogo delle offerte nel rito vedico, di cui tre guidati dallo sposo e uno dalla sposa. D'altronde, ancora nella Grecia contemporanea si compiono tre giri dell'altare della Chiesa durante il matrimonio (benché in senso antiorario, rito condiviso dai russi ortodossi), così come si usa ancora un velo color fuoco (vedi questa pagina, e secondo il saggio già menzionato, come c'era da aspettarsi, il velo rosso era usato anche nel matrimonio della Grecia antica). Tornando a Roma, momento clou della cerimonia era la dexterarum iunctio (che appare qui sotto), ed anche nella cerimonia indiana l'unione o 'afferrarsi' delle mani destre (paṇi-grahaṇa) è un momento cruciale del rito. Altra analogia, il nome confarreatio allude alla condivisione di una focaccia di farro in onore di Iuppiter Farreus da parte degli sposi, ed anche nel rituale indiano un momento è quello dello scambio di un boccone di cibo dai resti delle offerte (anna-prāśana).


Ora, se molti di questi rituali possono sembrare abbastanza scontati (ma bisognerebbe trovare un altro parallelo che li presenti tutti) quello della dexteratio appare veramente significativo, perché l'uso di girare tre volte in senso orario intorno a un oggetto o una persona sacri è qualcosa di pervasivo in India, è un gesto fondamentale, presente sia nell'Induismo sia nel Buddhismo. A questo proposito, occorre citare un altro contesto antropologico, quello funerario: in una voce molto interessante di un'enciclopedia di religione ed etica di James Hastings, intitolata 'circumambulation', troviamo che nella Tebaide di Stazio, VI.215-224, durante i riti funebri in onore del figlio di Licurgo, i guerrieri girano prima tre volte verso sinistra (sinistro orbe... ter curvos egere sinus), poi, a un ordine dell'augure, tornano girando verso destra (dextri gyro... hac redeunt). Ora, un rito analogo era prescritto nello Śatapatha Brāhmaṇa (II.6.1.15), in occasione delle offerte agli antenati defunti: l'officiante compie prima tre giri verso sinistra (apasalavi), quindi tre verso destra (prasalavi), a simboleggiare il movimento verso il mondo degli antenati e il ritorno a questo mondo.
D'altronde, anche la circumambulatio urbis dei Luperci era una corsa attorno a Roma in senso antiorario, e ancora oggi a Roma si compiono circoambulazioni nel rito cattolico della Pasqua (si veda qui), ed anche in India si usava circoambulare la città in certi contesti.
Abbiamo detto che il matrimonio per confarreatio si ridusse essenzialmente ai flamines, e in particolare il Flamen dialis, sommo sacerdote di Giove, doveva nascere da un matrimonio celebrato per confarreatio (come anche il Rex sacrorum e le Vestali). Ora, il termine flāmen è stato paragonato (a partire almeno da Dumézil) a quello di brahman o brāhmaṇa da un proto-indoeuropeo *bhlagh-mēn, così come il sacerdozio detto flāmonium è stato paragonato al brāhmaṇyam da *bhlāgmonyom. Ma a parte queste dubbie ipotesi linguistiche, ci sono dei suggestivi paralleli tra le due figure, come nota Bernard Sergent in Les Indo-Européens, p.376: il flamen dialis non può giurare, il brahmano non può essere chiamato a testimone, il rapporto con l'ambito militare è proibito per entrambi, i testi menzionano nei due casi divieti concernenti il cavallo, il cane, l'uso dell'olio; sono loro proibiti l'avvicinarsi al rogo funebre, la consumazione di bevande fermentate e di carne non cucinata. Non potevano stare nudi, e ciò si estende alla sposa, la flāminicā e la brāhmaṇī, che gioca un ruolo essenziale di collaboratrice in tutta l'attività cultuale dello sposo. Si può essere flamen dialis o brahmano da giovane, e ciò esclude dalla potestà paterna. Il colore del loro costume e di diversi simboli è il bianco, che secondo Dumézil è il colore specifico della prima funzione in numerosi testi.
D'altronde, il suffisso -men, che ritroviamo anche in numen 'potere divino' o lumen 'luce' o carmen 'poesia, incantesimo', è parallelo a quello indiano -man, che oltre che in brahman si trova anche ad esempio in śarman 'rifugio', varman 'armatura', karman 'azione', manman 'pensiero, preghiera'.  

Ancora, vorrei segnalare la somiglianza tra latino e antico indiano di alcuni termini fondamentali, come ignis, 'fuoco', aind. agnis, lat. vox 'voce, parola', aind. vāk 'linguaggio, voce, parola', lat. vīta, aind. jīvitam 'vita', lat. deus, aind. devas 'dio', lat. mens, aind. manas 'mente', lat. medius 'medio' aind. madhyas, lat. iuvenis, aind. yuvan 'giovane', lat. iugum, aind. yugam 'giogo', lat. dōnum, aind. dānam 'dono', lat. domus, aind. damas 'casa', lat. concha, aind. śaṅkha 'conchiglia', lat. vertit, aind. vartate, 'volge, gira'...
Come si può vedere dalle terminazioni di molti termini, il latino condivide con il sanscrito la finale -s per i nomi maschili (quando la parola è isolata in sanscrito è aspirata), e la -m per i neutri, che ritroviamo anche nell'accusativo in entrambe le lingue. In latino arcaico (e in falisco) abbiamo una desinenza singolarmente simile all'antico indiano: il genitivo in -osio, che si trova nel Lapis Satricanus (Popliosio Valesiosio), e corrisponde all'aind. -asya. Rispetto ad altre lingue indoeuropee, risalta anche che il pronome riflessivo suus è perfettamente corrispondente al sanscrito sva-.
 
E ci sono anche dei nomi propri in latino che potrebbero spiegarsi con termini o nomi indiani: Marius fa pensare all'aind. maryas 'giovane uomo', Gaius al nome proprio Gaya, Remus al celebre nome Rāma... Infine, notevoli anche i paralleli sanscriti dei nomi delle divinità: Iuppiter, Iovis è certamente affine a Dyaus Pitar-, il Padre Cielo (greco Zeus); Iūno è collegata alla radice della giovinezza (yūnī è 'la giovane, forte, sana' in aind.); Venus corrisponde all'aind. vanas- 'amabilità, desiderio'; Minerva è fatto derivare da menes-va- confrontabile coll'aind. manasvat- 'pieno di spirito'. Neptūnus è stato accostato da Dumézil ad apāṃ napāt, il 'discendente delle acque', divinità presente anche nell'Avesta. Iānus, dio dei 'passaggi', degli inizi e delle transizioni, corrisponde al termine antico indiano yāna- 'che conduce, viaggio, veicolo'. Il dio/dea dei pastori Pales richiama l'antico indiano pāla- 'guardiano, pastore', da cui gopāla 'guardiano di vacche, mandriano', tipico epiteto di Kṛṣṇa nel contesto bucolico di Vṛndāvana, anche se secondo alcuni Pales deriva da palea 'paglia', che ha un parallelo nell'aind. pala-, dallo stesso significato.   

Da tutto ciò non vorrei concludere che i Latini avessero un rapporto particolarmente diretto con gli Indiani, storicamente arduo da sostenere, ma possiamo dire che hanno preservato in modo particolarmente fedele, per certi aspetti, l'eredità 'indoeuropea', le cui origini e vie devono essere chiarite...



domenica 19 febbraio 2012

La conferenza mondiale di sanscrito a Delhi





Lo scorso gennaio (dal 5 al 10) ho potuto partecipare alla quindicesima World Sanskrit Conference a New Delhi, nel bel contesto del Vigyan Bhawan, nelle gradevoli aree verdi della capitale indiana. Un evento grandioso, introdotto dal primo ministro stesso, Manmohan Singh (come si può vedere nella foto in alto), e con la partecipazione di circa 400 cultori di sanscrito o discipline affini. Spesso i discorsi introduttivi, e anche alcuni interventi, erano in sanscrito parlato, che apparentemente gli studiosi indiani possono seguire facilmente. Per noi sanscritisti occidentali (almeno nel mio caso), ci vorrebbe ancora un po' di pratica!
Anche lì si è parlato di un certo pessimismo che circola a proposito della salute degli studi sanscriti, ma la larga affluenza è stata salutata come un segnale positivo. E' stato presentato un interessante volume intitolato "Viśvavārā. Sanskrit for Human Survival", curato da Kalyan Kumar Chakravarty, con vari articoli sulla funzione attuale del sanscrito e su vari aspetti storici del suo uso, anche al di fuori dell'India, come nell'Asia sudorientale, centrale, fino al Giappone.

Scrive Indra Nath Choudhuri all'inizio del suo articolo "Stato contemporaneo e rilevanza del Sanscrito":
"Il Sanscrito (che significa 'colto o raffinato', 'cultured or refined' in inglese), la lingua classica dell'India, è la lingua più antica e più sistematica nel mondo. La vastità e versatilità, e il potere d'espressione di questa lingua possono essere apprezzati dal fatto che uno può trovare praticamente un immane corpus di conoscenza di ogni disciplina disponibile del mondo in questa lingua. Friedrich Max Muller, uno degli Indologi molto illustri dei suoi tempi, aveva chiamato il Sanscrito la 'lingua delle lingue', e notò che 'è stato detto giustamente che il Sanscrito è per la scienza della lingua ciò che la matematica è per l'astronomia.' [...] Qual è la ragione della lunga tradizione di continuità del Sanscrito? La sua chiarezza, precisione, e la sua ricerca della verità hanno tutte contribuito alla sua persistenza." Si aggiunge che oggi la precisione del Sanscrito con gli strumenti informatici "sveglierà la capacità negli esseri umani di utilizzare la loro innata facoltà mentale superiore con uno slancio (momentum) che trasformerebbe inevitabilmente il mondo. In effetti il solo apprendimento del Sanscrito da parte di un ampio numero di persone in sé rappresenta un salto quantico nella coscienza, per non menzionare la ricca dotazione (endowment) che provvederà nell'arena della comunicazione futura."
Nello stesso ambito, un altro testo offerto al convegno era quello di Lokesh Chandra, "Sanskrit as the Transcreative Dimension of the Languages and Thought Systems of Europe and Asia", dove si apprende la sorprendente notizia che a Londra nel 1937 fu fondata una scuola (St. James Indipendent School for Boys) in cui lo studio della lingua inizia con il Sanscrito, introdotto a 5 anni di età, con la giustificazione che quest'antichissima lingua è rimasta sostanzialmente immutata per migliaia di anni e ha preservato un sistema grammaticale completo, il suo suono è puro e bello e la letteratura magnifica. I primi passi nel Sanscrito nella Junior School implicano il cantarlo, parlarlo, e apprendere l'alfabeto. Ciò è seguito dall'apprendimento sistematico della grammatica e dall'introduzione alla conversazione sanscrita. A otto anni si introduce il Greco come seconda lingua. Si conclude che questo apprendimento precoce e approfondito delle lingue classiche dà ai bambini una base eccellente per tutto il loro apprendimento futuro. (Qui si trova la pagina web della scuola relativa al sanscrito).
Lokesh Chandra aggiunge, dopo aver citato anche la Classical School di Boston: "L'opinione che il sanscrito è complesso, difficile, e non ha una funzionalità immediata è neutralizzata dal suo sottile e profondo potere subconscio nello strutturare un ordine sociale lontano dalle grottesche diseguaglianze degli strutturalisti progressisti che barattano i valori per l'economia di mercato, un eufemismo per l'avidità incontrollata. La Classical School di Boston evidenzia il bisogno di rinvigorire lo spirito essenziale del Sanscrito e invertire il nostro sguardo ultra-materialistico verso uno sviluppo ispirato ai valori..." 



    

sabato 1 ottobre 2011

Il Simposio dei giovani indologi a Parigi e l'avvenire dell'indologia

 
 
Ieri si è concluso, qui a Parigi, il terzo "International Indology Graduate Research Symposium" (vedi http://iigrs.byethost17.com/), iniziativa partita dall'Inghilterra, che ha coinvolto molti brillanti indologi italiani ormai sparsi per l'Europa, come gli studiosi di grammatica sanscrita Paolo Visigalli e Giovanni Ciotti, gli studiosi di filosofia Marco Ferrante, Daniele Cuneo e Elisa Ganser, e lo studioso di letteratura indo-persiana Svevo D'Onofrio. Oltre a loro, erano presenti studiosi britannici, francesi, tedeschi, cinesi, un'americana e l'implacabile Pandit indiano Gopabandhu Mishra, professore di sanscrito all'Università 'Paris 3', che ha messo alla prova con i suoi rapidissimi śloka (strofe sanscrite) quasi ogni oratore.

L'impressione generale è quella che l'indologia sia una disciplina molto articolata, che comprende linguistica, logica, metafisica, storia, filologia, epigrafia, antropologia sociale e religiosa, per di più suddivisa tra le tradizioni brahmanica (con tutte le sue suddivisioni interne), buddhista, giainista, islamica... un ascoltatore esperto di una branca dell'indologia si troverà facilmente spaesato in un'altra. Si può arrivare alla conclusione, come mi ha detto l'amico tedesco Sven Wortmann che ha partecipato al convegno, che l'indologia non è una disciplina. In effetti, come può lo studio di una civiltà configurarsi come una disciplina unica? E' vero che quello che accomuna gli studi presentati in questo convegno è generalmente un riferimento filologico al testo, ma i testi stessi possono essere di generi talmente differenti da rendere l'idea di un'unica 'scienza' indologica piuttosto improponibile. In ambito di studi classici, non esiste un'Ellenologia o una Latinologia. Esiste Letteratura greca, che può comprendere qualsiasi testo, ma si concentra su quelli a intento più specificamente letterario, e poi Storia greca, Filosofia greca, Filologia greca, Epigrafia greca, Papirologia... Ovviamente, il maggiore interesse in Occidente per la cultura greca ha permesso lo svilupparsi di una tradizione accademica più articolata.
D'altronde, è vero che non bisogna eccedere con le specializzazioni, e la civiltà indiana ha una sua identità complessiva che, per quanto variegata, si distingue per la sua specificità da quella di altre civiltà, con alcuni leitmotiv che risuonano simili nelle sue diverse tradizioni. In un convegno di 'indologi' però, si richiederebbe di non presupporre che gli ascoltatori conoscano il contesto del proprio oggetto di studio, e una introduzione per iniziare i profani, come suggerito alla fine del convegno, sarebbe auspicabile.   

Un'altra questione che sorge è: qual è lo scopo dello studio filologico? E' semplicemente il progredire della conoscenza, fine a se stessa, dei testi di un'antica civiltà o qualcosa d'altro? In ambito accademico, sembra non porsi mai il problema. I professori insegnano, aprendo orizzonti affascinanti, ma senza generalmente spiegare perché uno dovrebbe impegnarsi nello studio della loro materia. Eppure la questione andrebbe affrontata, non solo per ragioni esistenziali (qual è il senso vitale di questo studio) o pratiche (l'inserimento in un percorso professionale), ma anche per giustificare l'esistenza di una disciplina accademica, che rischia di non essere più sostenuta dallo Stato per mancanza di rilevanza economica e sociale o perché appare remota, priva di relazione con la cultura occidentale e con l'attualità. Probabilmente ogni indologo saprebbe cosa rispondere a questa questione. Il nostro interesse per la civiltà indiana è dovuto a qualche risonanza interna e consonanza che ci ha portato ad approfondirla e a trovarvi qualcosa di prezioso. Forse abbiamo pudore a dichiararlo, perché l'accademia richiede semplicemente che uno faccia 'scienza'. Eppure bisognerebbe esplicitare quale interesse abbia l'India antica per il mondo di oggi, quale messaggio universale, e a cosa mirino i nostri studi, che altrimenti possono apparire come un coacervo di astrusi problemi filologici che servono solo a pubblicare articoli su riviste specializzate. Le scienze umane hanno le loro radici nell'Umanesimo e nell'Idealismo, filosofie oggi poco di moda. E l'Orientalistica, pur essendo un aspetto dell'imperialismo europeo, era partita come il sogno di un nuovo Umanesimo (la Renaissance orientale), ma rischia di perdersi in uno storicismo positivistico che interessa a ben pochi. Spetta a noi della nuova generazione di indologi unire l'imprescindibile rigore filologico a una prospettiva di ampio respiro...

domenica 31 luglio 2011

Mille sentenze indiane - Enumerazioni 6

935. Chi genera, chi educa, chi insegna la scienza, chi dà il cibo, chi salva dal pericolo: questi cinque sono ricordati come padri.
936. Un figlio della stessa madre; un compagno di studî; un amico; un infermiere; un compagno di viaggio che ami discorrere: questi cinque sono considerati come fratelli.
941. La scienza, l'arte, l'attività, la dottrina, gli amici sono cinque tesori inesauribili, che i ladri non possono rapire.
946. Il sogno di un ammalato, di un afflitto, di un ansioso, di un innamorato e di un ebro, non si realizza mai.
955. Esagerata pulizia o mancanza di pulizia; soverchio biasimo, soverchia lode; eccesso di cortesia o scortesia  sei indizi dello stolto.
 956. Il pigro, il tardo di mente, il felice, l'ammalato, il dormiglione e l'innamorato questi sei sono fuori della legge.